martedì 25 gennaio 2011

[B] - LOOSETV, aprire e chiudere cancelli

L’hardware "open source"? E’ la scommessa già in parte vincente lanciata dalla piattaforma "Arduino", sviluppata da un team composto da Massimo Banzi, David Cuartielles, Tom Igoe, Gianluca Martino e David Mellis e avviata già nel 2005 in collaborazione con l’Interaction Design Institute di Ivrea, ente fondato da Olivetti e Telecom Italia.
Che cosa vuol dire hardware "open source"? Sostanzialmente una scheda (una sorta di piccolo computer) dalle molteplici funzioni che si può copiare, distribuire, modificare, implementare, riprogettare liberamente senza che sia necessario pagare diritti al gruppo Arduino che l’ha ideata. L’unica condizione è che ogni nuovo progetto deve dare il riconoscimento della paternità dell’idea originale al gruppo.
Ma che cosa si può fare con una "scheda" Arduino? In pratica, tutto quello che potrebbe fare un computer "embedded", cioè "nascosto": governare un robot, aprire e chiudere cancelli utilizzare smartphone e telefonini come strumenti di controllo, accendere o spegnere luci via Internet, pilotare aeromodelli, ecc..
Questo, anche perché il software di gestione segue le stesse regole dell’Open Source. I progettisti di "Arduino" hanno creato una piattaforma congiunta, hardware e software, di semplice utilizzo, ma che, al tempo stesso, permette una significativa riduzione dei costi. Lo scopo iniziale era quello di rendere disponibile per i progetti realizzati dagli studenti dell’Interaction Design, un "device" per il controllo delle apparecchiature che fosse più economico rispetto ad altri sistemi.
Il successo di "Arduino" è stato, però, immediato, tanto che in pochissimo tempo sono state vendute decine di migliaia di schede in tutto il mondo e oggi il progetto è ampiamente sperimentato al MIT di Boston proprio per le sue capacità operative, la sua flessibilità e la sua economicità in centinaia di progetti elaborati dalla prestigiosa università tecnologica americana. Il linguaggio di programmazione della scheda e l’ambiente di sviluppo del software che gestisce i processi interni è poi facilmente interfacciabile con un qualsiasi computer.
Tra i progetti "visibili" su Internet, ad esempio, c’è un sensore di gas versatile: può oltre che individuare fughe di metano, diventare anche un etilometro tascabile. Il tutto rinchiuso in un dispositivo che assomiglia ad un normale microfono da studio. Utilizzando dei sensori, un vecchio Pc ed uno schermo Lcd, c’è chi ha realizzato un vero e proprio "specchio magico" in grado di funzionare da orologio, da meteorologo, da videocitofono e, naturalmente, anche da etilometro. C’è poi il robot rotto che riprende a muoversi grazie a sensori a infrarossi opportunamente adattati, una macchina radiocomandata che sembra uscita da una pubblicità anni ’90 e che resuscita grazie a un pannello solare che la rende ‘green’ al 100%. Tutte "cose" realizzate con materiale elettronico di scarto e con la scheda Arduino, finita nella lista ‘Top 10 Internet of Things products " stilata nel 2009 dal New York Times.
"Innanzitutto occorre sfatare un mito – spiega Massimo Banzi, Chief Technology Officer di Tinker.it, cofondatore di Arduino Arduino spesso viene associato al mondo degli artisti multimediali. La scheda ha saputo rendere l’elettronica e la programmazione accessibili a tutti, rompendo il monopolio di ingegneri e aziende"
E infatti non si tratta solo di roba per hobbysti e smanettoni. A partire dallo starter kit di Arduino, distribuito in una quarantina di paesi e acquistabile online a ‘prezzi politici’, sono nate molte idee innovative. C’è chi ha inventato la carta da parati interattiva, chi un tavolo touchscreen che consente a 20 persone di lavorare insieme a un progetto. Chi ha costruito radiosveglie interattive, prototipi di lampada poi commercializzati da aziende del settore. Fino ad arrivare a Chris Anderson, direttore di Wired Usa, che ha messo a punto un sistema elettronico di guida automatica per aerei radiocomandati.
Arduino può rappresentare una concreta possibilità di diffondere globalmente il sapere a costi bassissimi. Banzi ne è convinto. "Pensiamo a tutte le piccole e medie imprese italiane che non possono investire in ricerca e sviluppo. Potrebbero consorziarsi e costruirsi l’hardware di cui hanno bisogno, mantenendo nel nostro paese la ricchezza economica prodotta".