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domenica 13 giugno 2010

CONVIDEO/nomina non sunt consequentia rerum

1. (nomina non sunt consequentia rerum, logica del significante, la produzione
di luogo, dilettantismo, bacini di cattura)

Se le cose - dalle nostre parti - vanno male e' perche' non vi sono piu' spa-
zi di parola. Si potrebbe dire che non vi sono piu' spazi e basta, giacche'
non conosciamo altro spazio che non sia quello in cui far risuonare la voce.
Lo spazio e' di parola.
E' indubbio che c'e' un animale sul quale il linguaggio e' disceso e che
questo animale ne e' veramente segnato.
Non e' soltanto che la lingua faccia parte del suo mondo, ma sostiene il suo
mondo da cima a fondo. Da qui l'enfatizzazione strategica dell'unico plus va-
lore di cui siamo certi: la parola, da cui muove la prima azione convideo.
Una parola che ci interessa soprattutto come phone', come fatto musicale, ma
pure per le sue co-occorrenze scritturali, gestuali, visive, insomma per tutte
le forme in cui essa s'incarna. Cosi' dopo la parola civica e poetica di Pa-
gliarani, dopo la parola/canto di Nino De Rose, seguendo una logica dell'even-
to profondamente intrecciata a una logica di formazione, che alla formazione
solo aggiunge il godimento e lo spettacolo, altre parole verranno: la parola/
radio, la parola/cinema, la parola/informatica, la parola/ Dio (ad es. coinvolgendo Pino Stancari, ascetico e gesuitico perfor-
mer), oltre alla fedele compagna parola/video, appunto convideo.
Una enfatizzazione della parola dunque, che viene pero' da una corrente silen-
ziosa che ci fa pure intravvedere il sangue che sgorga dalla crosta delle fra-
si fatte. Una parola che ha - al suo centro - un dubbio e un tarlo:
come si dice da queste parti, che 'a megghia parola sia quella che non nescia.
La prassi che qui si propone muove in ogni caso da una logica del significan-
te, prendendo pietre e alberi per alfabeti, architetture sentieri e paesaggi
per fonemi, i prodotti dell'attivita' umana per morfemi.
Ma senza l'ossessione, maniacale e folklorica, a parlare di se'.
C'interessano pure il fuori, i ponti, gli ancoramenti all'esterno, le porte
del Potame Busento, e -soprattutto- il parlare da se' e non di se'.
Ricordando sempre che il piu' grande scrittore calabrese resta James Joyce,
occorre autorizzarsi a prendere la parola: unica chance di produzione di luo-
go, in una terra da sempre costretta in uno stato di non luogo da una serie
interminabile di non luoghi a procedere.

Insomma se il programma leader punta in alto, non sara' certo il G.A.L. Potame
Busento ad abbassare la mira. Prendere la parola per guadagnare spazio, per-
che' lo spazio e' un dubbio: occorre continuamente individuarlo, designarlo,
conquistarlo. Designarlo equivale a disegnarlo, essendo il "disegno l'altra
faccia del destino" (J.Lacan).

L'assieme delle azioni e delle misure dovranno costituire quindi una sorta di
disegno, di basic design elaborato da una equipe che abbia pero' oltrepassato
la posizione di professionalita'.
Imprescindibile, per installarsi con grazia nel significante, e' la condizione
di amatore e di dilettante.
Finalita' filosofica e' "la verita' dell'interazione umana spaziale"
(G. Olsson).
Obiettivo piu' concreto e' che il Potame Busento si attivi come "bacino di
cattura" (nozione forgiata da J. T. Desanti per tradurre l'impatto di un gesto
su un gruppo, il suo effetto di coinvolgimento collettivo).
Meta-obiettivo, da verificare a fine programma, sara' quello di poter reinter-
pretare attori, eventi, e interventi come semplice pre-testo.
Constatando che "nulla avra' avuto luogo tranne il luogo"(Mallarme').

2. (Influenza, dislettura, intertesti, interpoeti revisionisti, tardivita')

"Una mappa della dislettura studia l'influenza poetica, con cui continuare a
non intendere il passaggio di immagini e idee dai poeti precedenti ai succes-
sivi. Influenza significa che non ci sono testi ma solo relazioni tra testi.
Queste relazioni dipendono da un atto critico, una dislettura o mispresa che
un poeta effettua sull'altro e che non differisce in natura dai necessari atti
critici effettuati da ciascun lettore forte su ciascun testo che incontra. La
relazione d'influenza governa il leggere come governa lo scrivere, e leggere
e' percio' discrivere, giusto come scrivere e' un disleggere. (...)
Il revisionista si sforza di vedere di nuovo, cosi' da estimare e stimare dif-
ferentemente, cosi' dunque da mirare "correttivamente". (...)
...persuadere il lettore che anch'egli deve prendersi la sua parte dell'agone
proprio del poeta, sicche' anche il lettore possa fare della propria tardivi-
ta' una forza, invece che un'afflizione". (Harold Bloom)

3. (Ipertestualita')

Nomadismo culturale, agriturismo, orienteering, intersettorialita', interscam-
biabilita': sono tutti requisiti naturalmente appartenenti alla metaforica di
navigazione ipertestuale. Azioni e materiali di supporto avranno dunque la se-
guente struttura:
unita' esplicative
unita' esplicative di orientamento
unita' di diramazione (nodi)

help
hotwords
pulsanti

azioni dell'utente intermedio specificatore:
cattura
collegamento
classificazione
selezione
creazione
consultazione

azioni dell'utente intermedio implementatore:
generazione
consultazione
completamento

4. (la sorpresa, il gioco, il territorio)

L'agenzia di comunicazione utilizzera' una rivista transmediale a supporto va-
riabile.
In base alle esigenze specifiche, sara' di volta in volta in forma di
videocassetta
audiocassetta
calendario
breviario
booklet
quaderno
poster
etc.
costituendo ogni supporto e ogni numero un tassello di una possibile guida ge-
nerale (collazionabile e eventualmente trasponibile su un supporto unico solo
al termine del primo ciclo di azioni GAL)
Ogni numero ideato e composto in base alle peculiarita' del mezzo.
Ad es., questa una ipotesi di menabo' dell'audiorivista:
Audiobox (sound interesting e sound intriguing, scenari sonori di complessita'
crescente);
Sentieri sonori; (vere e proprie audioguide);
Repertorio toponomastico e (sopra)onomastico del comprensorio;
Proverbi e canzoni;
Interviste;
Riscritture sonore.

martedì 9 marzo 2010

Il Convideo del Potame Busento

Il Convideo del Potame Busento era l'annuncio della convergenza dai vari supporti sui monitor, quali periferiche d'interfaccia comuni alle elaborazioni più distanti, unificati dal dominio spettacolare della televisione.
Nella scena ove i confini del pubblico e del privato si confondono irreversibilmente, ci si aggiusta in massa nella rete delle conoscenze che spingono la comunicazione a distanza, su supporti analogici e digitali o sui cavi. Si cominciano a stipare gelosamente nelle memorie familiari le registrazioni delle ecografie dei feti come attinti direttamente all'esplorazione del mistero della nascita, accanto agli ormai mitici video di nozze appena archiviate e alle registrazione delle vigilant camera
nella corsa chiusa dei cicloni cortocircuitati sui possedimenti più vari di aziende, uffici, stazioni, a guardia di cancelli automatici o a spiare sull'angolo degli edifici. La consueta affacciata alle finestre dei bancomat sulle strade cittadine, le biglietterie automatiche alle stazioni, i display dei grandi blockbusters dell'homevideo compulsati per il cinema in casa, i distributori automatici di carburante o delle sigarette, sono emergenze ambientali consolidate e accettate per consuetudine metropolitana.
Mobili nei walkman o imprigionate ancora nei totem informativi le guide interattive si esercitano per l'ingresso in rete, ed ecco Margi: "Ci muoviamo subito tenendo due pedali: verso l'identità più irripetibile fin dentro i fonemi, le caratteristiche somatiche, i nomi dei luoghi, i tagli del paesaggio incisi nella nostra terra e verso la possibilità che l'abitare una terra così intimamente sentita. Ci è dato di pensare tutto il mondo nelle sue diversità senza timori, in modo aperto, affrontandone la mutevolezza la precarietà e la sfida del nuovo che esso induce nel mondo con la naiveté degli artisti. Almeno questo - che Barthes interroga: Vorrei che qualcuno mi insegnasse che scrivere non significa tradire la propria sincerit
à -come se veramente qualcuno oggi possa pensare seriamente di poter dare un nome ad un luogo come i pubblicitari in questa finzione/funzione pesante che si sono dati nei linguaggi della persuasione, (..) "
.Si è impegnati a fondo nel corpo sociale sulle relazioni tra le persone e i luoghi, contando sull'energia visionaria dei media, lavorando nella sperimentazione ormai a ridosso della rete telematica in un ambiente che noi stessi avevamo fortemente designato fino ad allora come televisivo: dovevamo usare questo, il mondo della televisione ricreato ovunque fosse possibile, per quella, la prosopopea telematica.

domenica 22 novembre 2009

Antonio Barbieri

Il mio bisogno, in questo momento, qui a Dipignano, mentre fuori piove, e'
uscire, in qualche modo, da questo 1 gennaio 1994, che vuol dire riconquistare, o conquistare per la prima volta (ma voglio scongiurare, almeno per il
momento - ma cos'e' scrivere se non affidarsi alla fatiscenza dei momenti e
quindi sfidare l'inconsistenza del se'? - questa pretesa di originalita'),
una qualche visione del mondo e, di conseguenza, l'urgenza dei miei bisogni di
starci dentro e, in relazione, muovermi, affrancarmi, usarmi, se alla fine e'
possibile. Questo per me e' scrivere: veicolare il mio corpo e, in desiderio,
farlo urtare contro la fame dei suoi stessi bisogni
.
Circa la distanza, poi, volendola subito affrontare di petto, come usa dirsi,
richiamo "L'infinito intrattenimento" di Blanchot, a lemma di queste mie considerazioni improvvisate e di prima intenzione, col rischio e l'ebbrezza di
cio', e le "Le icone della legge" di Massimo Cacciari (per indicare, grosso
modo, la materia, all'incirca, che mi ribolle in testa, e che cerchero' di
elaborare, disorganizzare, incasinare, cosi' che ci sara' dentro, spero, il
trauma di essermi intrattenuto, di avere spiato nel mio botro, per riempirlo
e spalmarmelo mio specchio).
La scrittura non e', poi, che questa responsabilita' di muoversi col proprio
corpo, che tradendoti, quando pure ti ha imposto le sue inscongiurabili esigenze, lascia delle allumacature visibili anche all'esterno, sconciamente. Ma
finisco quanto volevo dire circa il riferimento a Blanchot e Cacciari
(quest'ultimo, specialmente, per quanto attiene alla sua esegesi su Kafka, ri-
tenuta, dai piu', molto nuova e originale - e magari anche nel rischio, per
dirla con Kundera, di inquinare Kafka ancora di piu'): i due libri che ho citato li ho letti molto tempo fa; poi anche variamente riletti, ma non di recente per poterli commentare precisamente o attingerci con cognizione di causa da binari portanti, diciamo, di questo mio intervento. Vorrebbero essere,
piuttosto (sempre i due libri), il climax, insieme stimolante e inibente, da
cui deragliare in liberta', in immaginazione, in pregnanza di me visionario.
Non alludo in nessun modo al "neutro" di Blanchot ( voglio dire che non attingo per assicurarmi etichette e gratificarmi). E' piuttosto all'inverso. La
scrittura nasce dal fatto e per il fatto che la mia voce, al mio interno, come rimbombo di me, mia lacerazione, con la mia origine, non e' continua.
Non
e' niente proprio se non una belva accucciata, serrata nel suo istinto di morte, che cova il balzo e l'aggressione.
Ma cos'e', a questo punto e rispettivamente, il balzo e l'aggressione?
C'e' solo la belva allora, e forse nemmeno questa, non cosalizzatasi belva,
almeno, i suoi occhi muti, vitrei, silenziosi, gelosi e felini di tale silenzio, che mi deride del suo emblema serrato e muto, il suo scrigno originario,
dal quale sono caduto, certamente perche' cose piu' importanti pressavano e
allora mi hanno sbalzato fuori, senza che la mia volonta', in tutto questo,
contasse un'acca: (io, dunque, sono caduto da tale ipostatizzato scrigno e vivo, pero', illudendomi di esserci rimasto dentro, che e' l'unica fantasia mor-
tuaria, se mi trapassa e annulla in un passato del quale non so assolutamente niente, che mi consente di vivere: tale fantasia, come una banalissima candela).
Come e' importante la candela: il volo degli amanti, per offrire solo una breve e banale immagine, vi si brucia le ali e vi si spegne, alla fine, come una
farfalla sacrificata al dovere della collezione, la trafittura inscongiurabile
del relativo spillo.
E' cio' che devo continuamente mantenere acceso. Da qui l'ansia di sfrigolarmi, strofinarmi con le parole, quindi scrivere.
All'origine, teste Manganelli, gli scrittori erano i ricercatori delle erbe
aromatiche con cui insaporare i cibi per l'intera tribu'. Citazione banale,
probabilmemte mia pausa, mia insicurezza, mio bisogno di ostentare un'arma
qualunque sia, nella fattispecie Manganelli. Ma poteva essere qualunque altro,
per dire che sono in grado di uccidere la realta'. Perche' il problema e'
tutto questo: sostituire agli oggetti edenici di cui sono stato deprivato le
malfidate parole. Anche qui. E adesso pero' io copio in questo caso da
Beckett. Non importa: citavo Blanchot per dire con lui che Dio e' lontano per
sempre, nella religiosita' degli ebrei. Intanto, ho disseminato questo testo,
contestualizzandomi, di un sacco di frasi apodittiche
. E' la mia voglia di finire e non poter finire (e qua mi serve Cacciari) il mio viaggio, la mia
scrittura, e' un viaggio all'interno di me, nel mio deserto, giacche' io sono
incapace di risposte,
sapendo che non avro' mai una meta e che questa sconfit-
ta, scontata, non mi prostera', ma accendera' il mio lamento all'infinito (io,
intanto, fingero' di andare e tornare, ma e' chiaro che non mi muovo di un
passo). La mia voce in me si spegne, morsa dal fading della sua lontananza inattingibile, che sono io chiuso nella logica di profitto della grammatica e
di tutte le leggi che sostengono e alimentano il senso della realta' e il
principio di non contraddizione ad essa connesso. Io sono il guardiano di me
stesso, ancora Cacciari, che mi sta davanti, l'ingenuo contadino o chi altri,
e a cui impedisco il passaggio, davanti al portone della legge. Sono io stesso, non sono qui per caso, sono qui esclusivamente per me stesso. La porta
non e' custodita da nessuno, la porta e' aperta e non c'e' nessuno.
Piuttosto questo e' il mio rapporto con me stesso che la scrittura inchioda
come un marchio ineludibile
. Io scrivo perche' il mio tempo si compia. Il tem-
po dell'attesa che non si compie mai se non nella mia comica funzione e fin-
zione di avere qualcosa da dire e di travestirmi di tale menzogna uscendo all'esterno di me. Questa e' la vera truffa, lo scandalo, io mai tanto dentro,
scandalosamente a caricarmi del mio sbalzo esistenziale, io mi fingo, agghindo, ostento, fuori, e guardo gli oggetti quale altra cosa da me, su cui, quin-
di, poter estendere la mia signoria. No, la scrittura e' sempre invenzione,
non si stacca da me nemmeno di una briciola, e' la mia ferita putrescente che
vuol darsi conto della sua malattia strutturandosi, significandosi, quando e
mentre la malattia stessa si e' imbucata nell'organismo vocale della salute,
dove si nasce e si muore continuamente senza che apparentemente succeda niente.
La ferita, perversamente, ha creduto davvero nella malattia, si e' sprecata
per lasciarle il posto. Ma la malattia si e' ritirata, e' una puttana, espertissima di giochi mondani, delle ritualita' fiacche e inerti dei salotti.
La ferita e' il segno che impazzisce perche' si spreca a rappresentarsi cre-
dendo nella propria esistenza.
Adesso io risento la pioggia, qui a Dipignano, giorno 1 gennaio 1994. Il mondo va per conto suo ed io gli celebro questo mio comico e scempio funerale,
scrivendo, abituandomi alla lentezza del mio respiro, scrivendo, che mi dice
che il mondo e' una mina che fara' esplodere tutto quando sara' arrivato ad
urtare. Ma intanto c'e' tempo. Un po' di disperato e buffo tempo sul passo
sciancato della scrittura traballante. Funambolo fuori esercizio. Pure cos-
tretto all'esibizione per salvaguardare il suo silenzio prezioso che il mondo
irride. La platea purulenta di applausi. Io sono geloso e goloso del mio silenzio. E mi esibisco per difendermi dagli altri. La belva viene sparata dal
cacciatore, ma il suo sbalzo e' irrinunciabile nella logica illogica e
contraddittoria della sua energia vuota. La porta della legge e' aperta. Io
debbo entrare in questo niente. Non c'e' nessuna costruzione che non assomigli gia' alla mia tana. Piena dei miei lamenti, degli umori del corpo che
grondano la loro gratuita'.