Il mio bisogno, in questo momento, qui a Dipignano, mentre fuori piove, e'
uscire, in qualche modo, da questo 1 gennaio 1994, che vuol dire riconquistare, o conquistare per la prima volta (ma voglio scongiurare, almeno per il
momento - ma cos'e' scrivere se non affidarsi alla fatiscenza dei momenti e
quindi sfidare l'inconsistenza del se'? - questa pretesa di originalita'),
una qualche visione del mondo e, di conseguenza, l'urgenza dei miei bisogni di
starci dentro e, in relazione, muovermi, affrancarmi, usarmi, se alla fine e'
possibile. Questo per me e' scrivere: veicolare il mio corpo e, in desiderio,
farlo urtare contro la fame dei suoi stessi bisogni.
Circa la distanza, poi, volendola subito affrontare di petto, come usa dirsi,
richiamo "L'infinito intrattenimento" di Blanchot, a lemma di queste mie considerazioni improvvisate e di prima intenzione, col rischio e l'ebbrezza di
cio', e le "Le icone della legge" di Massimo Cacciari (per indicare, grosso
modo, la materia, all'incirca, che mi ribolle in testa, e che cerchero' di
elaborare, disorganizzare, incasinare, cosi' che ci sara' dentro, spero, il
trauma di essermi intrattenuto, di avere spiato nel mio botro, per riempirlo
e spalmarmelo mio specchio).
La scrittura non e', poi, che questa responsabilita' di muoversi col proprio
corpo, che tradendoti, quando pure ti ha imposto le sue inscongiurabili esigenze, lascia delle allumacature visibili anche all'esterno, sconciamente. Ma
finisco quanto volevo dire circa il riferimento a Blanchot e Cacciari
(quest'ultimo, specialmente, per quanto attiene alla sua esegesi su Kafka, ri-
tenuta, dai piu', molto nuova e originale - e magari anche nel rischio, per
dirla con Kundera, di inquinare Kafka ancora di piu'): i due libri che ho citato li ho letti molto tempo fa; poi anche variamente riletti, ma non di recente per poterli commentare precisamente o attingerci con cognizione di causa da binari portanti, diciamo, di questo mio intervento. Vorrebbero essere,
piuttosto (sempre i due libri), il climax, insieme stimolante e inibente, da
cui deragliare in liberta', in immaginazione, in pregnanza di me visionario.
Non alludo in nessun modo al "neutro" di Blanchot ( voglio dire che non attingo per assicurarmi etichette e gratificarmi). E' piuttosto all'inverso. La
scrittura nasce dal fatto e per il fatto che la mia voce, al mio interno, come rimbombo di me, mia lacerazione, con la mia origine, non e' continua. Non
e' niente proprio se non una belva accucciata, serrata nel suo istinto di morte, che cova il balzo e l'aggressione.
Ma cos'e', a questo punto e rispettivamente, il balzo e l'aggressione?
C'e' solo la belva allora, e forse nemmeno questa, non cosalizzatasi belva,
almeno, i suoi occhi muti, vitrei, silenziosi, gelosi e felini di tale silenzio, che mi deride del suo emblema serrato e muto, il suo scrigno originario,
dal quale sono caduto, certamente perche' cose piu' importanti pressavano e
allora mi hanno sbalzato fuori, senza che la mia volonta', in tutto questo,
contasse un'acca: (io, dunque, sono caduto da tale ipostatizzato scrigno e vivo, pero', illudendomi di esserci rimasto dentro, che e' l'unica fantasia mor-
tuaria, se mi trapassa e annulla in un passato del quale non so assolutamente niente, che mi consente di vivere: tale fantasia, come una banalissima candela).
Come e' importante la candela: il volo degli amanti, per offrire solo una breve e banale immagine, vi si brucia le ali e vi si spegne, alla fine, come una
farfalla sacrificata al dovere della collezione, la trafittura inscongiurabile
del relativo spillo.
E' cio' che devo continuamente mantenere acceso. Da qui l'ansia di sfrigolarmi, strofinarmi con le parole, quindi scrivere.
All'origine, teste Manganelli, gli scrittori erano i ricercatori delle erbe
aromatiche con cui insaporare i cibi per l'intera tribu'. Citazione banale,
probabilmemte mia pausa, mia insicurezza, mio bisogno di ostentare un'arma
qualunque sia, nella fattispecie Manganelli. Ma poteva essere qualunque altro,
per dire che sono in grado di uccidere la realta'. Perche' il problema e'
tutto questo: sostituire agli oggetti edenici di cui sono stato deprivato le
malfidate parole. Anche qui. E adesso pero' io copio in questo caso da
Beckett. Non importa: citavo Blanchot per dire con lui che Dio e' lontano per
sempre, nella religiosita' degli ebrei. Intanto, ho disseminato questo testo,
contestualizzandomi, di un sacco di frasi apodittiche. E' la mia voglia di finire e non poter finire (e qua mi serve Cacciari) il mio viaggio, la mia
scrittura, e' un viaggio all'interno di me, nel mio deserto, giacche' io sono
incapace di risposte, sapendo che non avro' mai una meta e che questa sconfit-
ta, scontata, non mi prostera', ma accendera' il mio lamento all'infinito (io,
intanto, fingero' di andare e tornare, ma e' chiaro che non mi muovo di un
passo). La mia voce in me si spegne, morsa dal fading della sua lontananza inattingibile, che sono io chiuso nella logica di profitto della grammatica e
di tutte le leggi che sostengono e alimentano il senso della realta' e il
principio di non contraddizione ad essa connesso. Io sono il guardiano di me
stesso, ancora Cacciari, che mi sta davanti, l'ingenuo contadino o chi altri,
e a cui impedisco il passaggio, davanti al portone della legge. Sono io stesso, non sono qui per caso, sono qui esclusivamente per me stesso. La porta
non e' custodita da nessuno, la porta e' aperta e non c'e' nessuno.
Piuttosto questo e' il mio rapporto con me stesso che la scrittura inchioda
come un marchio ineludibile. Io scrivo perche' il mio tempo si compia. Il tem-
po dell'attesa che non si compie mai se non nella mia comica funzione e fin-
zione di avere qualcosa da dire e di travestirmi di tale menzogna uscendo all'esterno di me. Questa e' la vera truffa, lo scandalo, io mai tanto dentro,
scandalosamente a caricarmi del mio sbalzo esistenziale, io mi fingo, agghindo, ostento, fuori, e guardo gli oggetti quale altra cosa da me, su cui, quin-
di, poter estendere la mia signoria. No, la scrittura e' sempre invenzione,
non si stacca da me nemmeno di una briciola, e' la mia ferita putrescente che
vuol darsi conto della sua malattia strutturandosi, significandosi, quando e
mentre la malattia stessa si e' imbucata nell'organismo vocale della salute,
dove si nasce e si muore continuamente senza che apparentemente succeda niente.
La ferita, perversamente, ha creduto davvero nella malattia, si e' sprecata
per lasciarle il posto. Ma la malattia si e' ritirata, e' una puttana, espertissima di giochi mondani, delle ritualita' fiacche e inerti dei salotti.
La ferita e' il segno che impazzisce perche' si spreca a rappresentarsi cre-
dendo nella propria esistenza.
Adesso io risento la pioggia, qui a Dipignano, giorno 1 gennaio 1994. Il mondo va per conto suo ed io gli celebro questo mio comico e scempio funerale,
scrivendo, abituandomi alla lentezza del mio respiro, scrivendo, che mi dice
che il mondo e' una mina che fara' esplodere tutto quando sara' arrivato ad
urtare. Ma intanto c'e' tempo. Un po' di disperato e buffo tempo sul passo
sciancato della scrittura traballante. Funambolo fuori esercizio. Pure cos-
tretto all'esibizione per salvaguardare il suo silenzio prezioso che il mondo
irride. La platea purulenta di applausi. Io sono geloso e goloso del mio silenzio. E mi esibisco per difendermi dagli altri. La belva viene sparata dal
cacciatore, ma il suo sbalzo e' irrinunciabile nella logica illogica e
contraddittoria della sua energia vuota. La porta della legge e' aperta. Io
debbo entrare in questo niente. Non c'e' nessuna costruzione che non assomigli gia' alla mia tana. Piena dei miei lamenti, degli umori del corpo che
grondano la loro gratuita'.
domenica 22 novembre 2009
Antonio Barbieri
Pioggia a via Frattina
Nel pieno di un benessere onirico a svegliarla è il frastuono di un torrente in piena che sta per travolgere tutto e tutti: la pioggia. La pioggia???? La pioggia! Tanto attesa, tanto dimenticata, tanto benefica. La pioggia, dopo tre mesi di siccità... La pioggia. Sì, la pioggia. Finalmente la pioggia. Che cosa ripassa in fretta, come un copione vecchio quanto il mondo - il suo mondo - mentre prende atto dell'accadere del fenomeno che dal cielo svuota acqua sulla terra? Il gusto, la distensione, l'autentica gioia di una giornata bagnata dalla pioggia: questo pregusta con le papille del suo più intimo essere. Intanto scatta verso il terrazzo con un balzo tanto automatico quanto veloce: deve aiutare con la scopa il defluire dell'acqua nello scarico: ah il fresco dell'aria, il suono di questa liquida musica! Oggi banchettano i sensi: udito, tatto, odorato, vista, midolla... Oggi si va col figlio al piano più alto dell'edificio: si pesta con i piedi la scala a chiocciola che più in alto diventa di legno, si bisbiglia per non disturbare il portiere che vive lì, mentre si guarda l'acqua che batte forte, dappertutto, tutte le cose: batte la cupola della chiesa laggiù, batte la bandiera nazionale sventolante sul colle lassù. Si diffonde nella casa un odore di brodo di verdure esattamente come altrove e nello stesso istante - lo stesso odore, la stessa pioggia, la stessa violenza di questa, anche: pioggia orizzontale al terreno per la violenza del vento! La stessa quiete casalinga. Ecco che lo scrosciare intenso della pioggia la trascina fuori, sul terrazzo: sono le piante adesso a danzare - quella di lei è una danza concorde interiore - l'acqua le batte come tasti di un pianoforte e per tutta risposta queste ondeggiano in una serie di movenze tratte da ritmi tribali. Sembrano spossate, deliranti, in trance: come fanno a sopportare tutti quei colpi? Intanto i fiori di elicriso hanno chiuso in fretta tutti i loro petali come in una orazione scongiurante: per favore abbi pietà di noi! La kalanchoe perde tutte le sue piccole piantine-figlie abbarbicate precariamente sulle sue splendide e materne foglie: sono tutte in terra a formare un tappeto di palline-piante verde scuro. Il gelsomino del Capo ha scelto un giorno sfortunato per produrre una delle sue gardenie: eppure questo unico fiore sta aperto contro la pioggia con un orgoglio profumatissimo, latteo: ha forse da darle una lezione? Come può un solo fiore e sotto la pioggia, perdipiù, emanare tanta bianca fragranza? L'odore del brodo di verdure intanto, continua a congiurare contro la sua tranquillità emotiva. Se solo gli odori non fossero tanto evocativi! In realtà è grata a queste circostanze ambientali e sensoriali: tutto questo La compone, fa parte di lei, e ricordare le lontananze non gli ha mai procurato un dolore tanto forte da non poter essere sopportato, non gli ha mai procurato una tristezza che uccide. Non di elaborazione lunga del lutto si tratta, ma di elaborazione lunga (e come potrebbe essere altrimenti) di destino - elaborazione di destino, si ripete mentalmente. Gli odori, la pioggia, le divagazioni mentali, tutto concorda con questa elaborazione di destino. Lei ne è cosciente e, proprio così, felice. Oggi, un regalo del cielo: la pioggia. Oggi un banchetto per il corpo e per lo spirito: la pioggia. Oggi, epifanie, rivelazioni accecanti: la pioggia. "Con un fulmine morì il povero Egidio - il ragazzo che badava ai porci" dice di colpo la zia attraversando la sala da pranzo "fece la cosa stupida di ripararsi sotto il castagno durante un temporale. Non ho mai avuto paura dei temporali ma la faccenda di Egidio... tutto il paese era in subbuglio... il padre andava dietro la barella gridando 'Egidio mio!'... La nostra campagna per fortuna non era distante dal paese. Da allora quando Angelo ed io andavamo in campagna - forse proprio a causa di quel fatto e senza che questo, tuttavia, fosse mai rivelato - ogni volta che arrivavamo nei pressi del castagno, a lui, che prima parlava del più e del meno prendendo a calci i sassi del viottolo, man mano che ci avvicinavamo, gli montava un certo nervosismo; all'inizio, cominciavamo a cantare le canzonette con le quali Mussolini sponsorizzava le bellezze della vita contadina (iniziava allora lo spopolamento delle campagne e Mussolini cercava di scongiurarlo) poi, con le gambe al collo, era un attimo arrivare fino alla campagna dove nonno ci guardava stupito giungere con la lingua di fuori per la corsa. Non ci ha mai chiesto perché correvamo ogni volta, e noi non glielo abbiamo mai detto. Forse perché non lo dicevamo neanche a noi stessi che il castagneto ci faceva paura perché lì c'era stata la morte". Le piaceva ascoltare dalla zia questi improvvisi e rari ricordi. Le era grata ogni volta per avere la sensibilità di condividerli con lei e con suo figlio. "Mi piacerebbe tanto sentirla addosso" le grida il figlio dall'altra stanza, già con metà del corpo sotto la pioggia "fallo" gli dice lei "ti scatto delle foto". Non sapeva dire 'dove' fossero identici. Forse ci avrebbe messo tutta la vita per riuscire a dirlo. Perché dirlo sarebbe stato aver finalmente svelato (a se stessa) ciò che è così inerente a lei, ciò che è aderente a lei, ciò che è vero di lei. Vero e finalmente rivelato. Tutta la vita voleva impiegare per dirlo. Tante giornate di pioggia ancora: tanti stupori. Roma, estate 2003/2004
al Visivo al Visuale
dal Visivo al Visuale
di Marcello Walter Bruno
Com’è che siamo passati dal Visivo al Visuale? Certo, se lo slittamento fosse solo terminologico, significherebbe la solita sudditanza all’inglese (lingua delle nuove tecnologie) e al francese (lingua di molta teoria socio-etno-antropo-semio-filmo-mediologica): “antropologia visuale” anziché “visiva” non è banalmente un calco? Epperò, stranamente, il televisivo non è diventato televisuale: forse perché, con l’entrata in gioco della video-arte, la tv s’è già trovata ad essere audiovisuale molto più di quanto il cinema post-tv non si fosse ridotto al rango di audiovisivo?
Quando si diceva arti visive, s’intendeva la pittura e – alla giusta distanza dettata dal loro carattere più prossemico – la scultura e l’architettura. Adesso, quando si dice visual art, vengono in mente operatività tecnologicamente avanzate, post-chirografiche: qualcosa che c’entra più con il cad (computer-aided design) e la cgi (computer generated imagery) che non con i tradizionali supporti pre-elettronici. E non si tratta di dire, come fa Lev Manovich, che i new media sono la traduzione digitale degli old media analogici: la digitalità non è ancora una cultura acquisita senza residui e resistenze, bensì un orizzonte d’attese tutto da conquistare, come una sorta di far west dell’immaginario tecnologico, l’ultima frontiera dell’ars gratia artis.
La fotografia, inaugurando l’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte visiva, ha allargato la base sociale del consumo di bellezza – giusta l’analisi di Benjamin – ma ha anche costretto ad una ridefinizione dei confini epistemologici della categoria di “immagine”. Se ancora per la psicanalisi l’ imago è qualcosa di intrapsichico (secondo una tradizione che ha fatto sì che Wunenburger, nel suo ponderoso volume sulla filosofia dell’immagine, praticamente non parli mai di oggetti fisici), la semiotica di Peirce già prevede una fondamentale opposizione fra tipi di segni materiali: l’immagine iconica si regge sulla velocità di riconoscimento del rappresentato («è X»), l’immagine indexicale presume la conoscenza del modo di produzione (necessariamente l’uso di una macchina moderna: fotografica, da presa). Si sarebbero potute chiamare “arti riprovisive” quelle che producono immagini mediante macchine indexicali; ma è successo che il progresso tecnologico ha dato voce al cinema e vista alla radio, creando la necessità del termine “audiovisivi” per intendere una testualità destinata all’esperienza bisensoriale.
Il Visual è nato piuttosto in ambito pubblicitario, dove l’immagine finale (chirografica o macchinica poco importa) esegue un progetto che ha poco della creatività artistica e molto del problem solving. La visualizzazione sta spesso dal lato del simbolico, nel senso della razionalizzazione di valori aziendali, di marca, di linea, di prodotto: il visualizer è un professionista chiamato a rendere immagine grafica ciò che sarebbe concetto astratto. Immaginare significa visualizzare, e la qualità artistica del disegno (il rough, punto di partenza e non d’arrivo dell’elaborazione grafica) è nulla rispetto alla sua qualità di progetto (design nel senso proprio di soluzione di un problema). La comunicazione d’impresa, lungi dal ridursi alla pubblicità intesa come advertising, sviluppa un ampio spettro di testualità visiva attraverso il logo, i colori aziendali, il packaging e il design dei punti-vendita. Lo spot audiovisivo non è che l’ultima ricaduta di una complessa strategia di visual identity, incredibilmente simile a ciò che nel mondo della moda si chiama “stile”.
L’Audiovisivo ha generato “il” Video prima come supporto tecnologico (il registratore dei segnali elettronici che inizialmente funzionavano solo live, in diretta) e poi come linguaggio artistico o comunque genere codificato (“la” video, intesa come arte neopittorica ma anche neoscultorea o neoarchitettonica). Si potrebbe dire che la video è la faccia artistica della televisione, se non fosse che l’ibridazione o clonazione dei mezzi e delle forme è ormai da tempo un fenomeno irreversibile: qualunque new medium (compreso il web) tende a riproporre qualunque micro o macrogenere (riciclando l’opposizione fiction vs documentario o la triade massmediologica intrattenimento / informazione / pubblicità) a partire da qualunque tecnologia iconopoietica. Video, allora, diventa una generalizzazione di Audiovisivo: la perdita di accento sulla multimedialità va intesa come sottolineatura della imprescindibilità dei dispositivi elettronici di produzione/distribuzione.
E’ l’elettronica che determina l’opposizione analogico/digitale come rivoluzione del trattamento del segnale: non tanto il preteso affrancamento dalle basi “fotografiche” dell’immagine-impronta (gli effetti speciali risalgono a Méliès!) quanto la riduzione di qualunque gramma a materia prima di una semiotizzazione infinita, di una segnificazione in progress per definizione. Il digitale è allora il punto d’arrivo di una tecnologizzazione dei segni visivi per cui la variegata fenomenologia delle immagini (chirografiche/fotografiche, mute/sonore ecc.) sottende l’uniformità noumenica del segnale (dati numerici aperti all’elaborazione). La grana cinefotografica, che già aveva lasciato il posto alla scannerizzazione del pennello elettronico televisivo, si rivela una griglia di elementi minimi (pixel = picture’s element); dopo anni di inutili dibattiti sulla doppia articolazione dell’immagine, la testualità video trova il suo fonema nel pixel – il cui carattere sovrannumerario presume la gestibilità attraverso il computer.
Il Visuale, allora, è questa frontiera culturale in cui arte e comunicazione agiscono e sono agiti dentro il mediascape globale della convergenza digitale. E’ dentro questo villaggio di pixel che circola ogni produzione e consumo di testualità post-letteraria, dagli stili vestimentari alla comunicazione politica, dall’immaginario ludico alle performance finzionali, dalle apocalissi in diretta alle metamorfosi del corpo. E lo studioso, lungi dal convincersi di avere un punto di vista panottico e privo di feedback, deve sapere di essere – come tutti gli altri – un osservatore osservabile, un occhio votato all’auto-opsia.
Bibliografia di riferimento
R. Debray, Vita e morte dell’immagine, Il Castoro, Milano 1998;
J.M. Floch, Identità visive, FrancoAngeli, Milano 1997;
J.M. Floch, Forme dell’impronta, Meltemi, Roma 2003;
L. Gervereau, Histoire du visuel au XX siècle, Seuil, Paris 2003;
E. Landowski, La società riflessa. Saggi di sociosemiotica, Meltemi, Roma 1999;
L. Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2002;
N. Mirzoeff, Introduzione alla cultura visuale, Meltemi, Roma 2002;
N. Mirzoeff, Guardare la guerra, Meltemi, Roma 2005;
I. Pezzini, Immagini quotidiane. Sociosemiotica visuale, Laterza, Roma-Bari 2008;
I. Pezzini & R. Rutelli (cura), Mutazioni audiovisive , ETS, Pisa 2005;
J. Séguéla, Hollywood lava più bianco, Lupetti, Milano 1985;
A. Semprini (cura), Lo sguardo sociosemiotico, FrancoAngeli, Milano 2003.
Se l'arte è lunga

Consejos, Antonio Machado Y si la vida es corta
Erano quelli i giorni in cui si trovava a fare un bilancio della sua vita. Ma un bilancio della sua vita implicava automaticamente un bilancio del suo lavoro. Quale era stato fino ad allora? Che cosa aveva fatto? Che cosa aveva costruito? Cosa avrebbe fatto d'ora in avanti?
L'analisi si complicava perché veniva continuamente sporcata dalla sua capillare e antica insicurezza che l'aveva portato a preferire una non-formazione autodidatta - e come si sa l'autodidatta è colui che più di tutti dubita spesso della sua intelligenza. La sua insicurezza l'aveva spinto dunque su una strada che produceva insicurezza. La premessa del bilancio aveva tutta l'aria di essere un vicolo cieco, insomma.
Sapeva, certo, che erano stati l'educazione, il "vissuto" traumatico a determinare le sue scelte, a decidere per così dire il suo destino di sbandato professionale. Ma sapeva anche - forse perché lo rintracciava nel suo sé più profondo e più vero - che ogni volta, ciò che da lì (da quel profondo) aveva urlato con tutta la sua forza, era quell'esigenza-urgenza di "non morire senza aver amato tutto". Poteva consacrarsi a qualcosa in particolare e lasciarsi sfuggire tutto - tutto il resto?
E certo non bastarono concetti forti come "per essere utili e impiegabili bisogna poter essere individuati" o come "si deve sempre saper fare qualcosa", per convincerlo ad applicarsi in una sola cosa nella vita. "La vera perizia si ottiene con la dedizione esclusiva e durevole" sentiva dire dappertutto. No, si era subito allontanato da quella strada e ne era naturalmente lontanissimo, ora.
Non si era trattato di un semplice capriccio. Era proprio una vocazione la sua. Una vocazione al suicidio, pensava ora - un suicidio sociale.
Adesso cosa poteva fare per rimediare?
Ma non era quella la domanda giusta e non si trattava di rimediare: era convinto di questo. Allora che cos'era il turbamento che lo possedeva?
Eppure aveva lavorato sodo tutti quegli anni: non era mai stato con le mani in mano. Aveva investito partendo dal nulla - da nessuna formazione specifica, cioè - in un'azienda, la sua. Una piccola casa editrice nel settore delle nuove forme di comunicazione all'alba della rivoluzione comunicativa. Aveva costruito solidi rapporti, prodotto progetti.
Nella sua azienda aveva fatto di tutto: le pulizie, il segretario di se stesso, l'amministratore, il fund raiser, il manager d'azienda, il tecnico, il datore di lavoro, il selezionatore del personale, il creativo, il progettista, il controllore di qualità, ... Molte delle sue energie le aveva inoltre investite nel tentativo di scardinare il concetto di committenza. Tutto il processo, e alcuni segnali di innovazione del processo produttivo della comunicazione, l'aveva nelle sue mani, nella sua memoria, nella sua coscienza, insomma, e ancora più giù: nel suo inconscio, nel suo midollo, nelle sue cellule.
Poi, la crisi dopo l'ucita coatta dalla sua società. I forti contrasti con il socio acquisito non seppe risolverli in altro modo che andandosene.
E sì che le carte della ragionevolezza era sicuro di averle giocate fino alla fine, ma l'arte della guerra: quella che risulta necessaria quando esistono gli interessi economici, ecco, proprio quella, aveva deciso di non impararla. Aveva scoperto con l'occasione quanto fossero estranei alla sua natura il risentimento, l'odio, la vendetta, la determinazione che occorrono per combattere e vincere su qualcuno. Aveva imparato per differenza/esclusione l'arte stramba di non combattere per i propri interessi particolari. Certo, lottare per conservare quello spazio di edizione e pubblicazione indipendenti, non sarebbe stato propriamente combattere soltanto per i propri interessi: ma che traccia si sarebbe lasciata, dietro, quella lotta? e quanta energia si sarebbe sprecata?
Questa astensione e questa sottrazione allo scontro, l'avevano messo del tutto fuori gioco: si trovava ora nella società del profitto del terzo millennio, competitiva e iperprofessionalizzata - almeno sulla carta - subumanizzata, cinica, che doveva passarlo al vaglio: considerare, esaminare, selezionare, e nella maggior parte dei casi rifiutare perchè non possedeva patenti europee, lauree, diplomi di corsi di formazione riconosciuti dalla regione - le carte giuste, insomma. Il suo curriculum non valeva niente, la sua formazione sul campo, inimpiegabile. Quasi quasi stava per crederci anche lui. Al punto, che quando gli capitò un annuncio di lavoro per la ricerca e l'inserimento di dati in un database, solo per quel tropicalissimo mese d'agosto pieno di mille bolle del deserto che scoppiavano sulla città, pur di ottenerlo - per provare a se stesso e al mondo che era "impiegabile" - e non potendo contare sulla forza del suo curriculum, debole anche per un lavoro simile - accettò di farsi sottopagare.
Quel mese di lavoro da sottopagato e angariato gli restituì per la verità un pò di sicurezza in se stesso.
Non avrebbe mai più accettato di assumere la visione che tutti sembravano avere della sua storia professionale.
In quel mese di lavoro aveva colto con una chiarezza rara, che mai avrebbe potuto lavorare otto ore al giorno, e per di più in un (e per un) processo produttivo del quale non condivideva gli obiettivi. Il prodotto e il processo produttivo dovevano essere eticamente sostenibili, perchè lui potesse lavorarvici.
Questa affermazione gli dava insieme coraggio e disperazione. Sarebbe stato difficilissimo trovare un impiego che rispondesse a quei requisiti e del resto non poteva abdicare alla sua vita cercando di sanare il dissidio tra questa e il lavoro. Per lui non potevano essere separati il momento del lavoro e il momento della vita. Vivere per lui era sempre stato lavorare per qualcosa in cui potesse credere e che rendesse la sua vita quotidiana, quella fatta di ore e minuti, possibile, vivibile e degna di essere vissuta.
Quando provava ad esprimere questo suo particolare punto di vista, subito si sentiva strano, assurdo, iperbolico, malato di tannerismo. Allora chiudeva la bocca di colpo, ricacciato nella sua obbligata solitudine e nel suo sicuro smarrimento.
Era certo, perciò, che se non voleva mentire ritoccando il suo curriculum - e NON l'avrebbe fatto mai - doveva di nuovo rimettersi in gioco e reinventare un altro lavoro. Come aveva fatto in passato.
Cercare un' occupazione nel panorama dell'esistente - così defintivamente compromesso e autofagocitante era il mondo lavorativo, ormai - gli avrebbe tolto l'unica vera ricchezza che ancora gli restava: la sua interezza.
Doveva ricominciare da zero, e subito anche, e da solo, per giunta, e contro tutti, sembrava.
Aveva un disperato bisogno di interlocutori, invece, aveva bisogno di trovare casi simili al suo. Non accettava di sentirsi solo contro tutti. Anche fosse in un altro angolo del mondo, voleva sentirsi sicuro di non essere il solo a intraprendere la battaglia per ridare dignità alla vita e al lavoro.
Una volta si era già appassionato dei mestieri: mestieri antichi che sparivano e nuovi che facevano la loro prima apparizione. L'aveva fatto per la striscia televisiva che stava sperimentando in una emittente locale. La sua indagine s'era spinta anche fino alla regione ancora inesplorata del no-profit che lo stimolava e gli restituiva un po' di fiducia nel mondo. Ma aveva appena cominciato ad afferrare alcune questioni nodali quando la mancanza di interlocutori seri e la sfuggevolezza di alcuni personaggi chiave, insieme ad alcune circostanze di vita vera reale, lo distolsero dal proseguire l'indagine.
Sapeva che il terzo settore, il lavoro che non c'è, il lavoro etico, rimasto per lui ancora un campo inesplorato, si era depositato in lui come un sedimento non del tutto limpido sul quale, non potendo sospendere il giudizio in attesa di completare l'indagine, aveva steso una sorta di pseudo-sospetto: che fosse l'ultima spiaggia degli emarginati della terra, il rifugio di coloro che erano stati "rifiutati" dal sistema "profittevole", e che questi fossero oltretutto le vittime di un enorme raggiro, di un ennesimo sfruttamento: una nuova fetta di mercato da nutrire, conquistare e infine da spremere.
Aveva bisogno ora di completare la sua visione: voleva capire se si trovava di fronte alla vera e sana - non-dialettica e non-ideologica - alternativa alle leggi del mercato oppure a una mistificazione che dall'alto veniva comunque fatta rifluire nelle logiche compromissorie e compromesse del profitto.
Quali potevano essere perciò i suoi interlocutori? Intellettuali puri, veri studiosi di economia non prezzolati, ... chi altri?
Ma non voleva correre il rischio di fare ideologie. Cosa voleva, allora? Sembrava a tutti gli effetti un programma raffinatissimo di autoemarginazione, il suo. Oppure una di quelle finissime, fragilissime e solidissime costruzioni dell'intelletto o dello spirito che hanno il compito di fissare talmente in alto l'obiettivo da giustificare un'intera vita consacrata a una lotta sublime.
E che cosa ci sarebbe di male, in questo? che si tratterebbe di una finzione? invece quella di sforzarsi a trovare un ruolo nel sistema di produzione che ha come obiettivo il profitto e che crea bisogni e promuove i consumi/iperconsumi, e dunque sforna addicted (sì, preferisco il vocabolo inglese), drogati, senza cui del resto tutto il sistema crollerebbe; non sarebbe (non è) anche questa, soprattutto questa, una finzione?
Sabe esperar, aguarda que la marea fluya
—así en la costa un barco— sin que al partir te inquiete.
Todo el que aguarda sabe que la victoria es suya;
porque la vida es larga y el arte es un juguete.
Y si la vida es corta
y no llega la mar a tu galera,
aguarda sin partir y siempre espera,
que el arte es largo y, además, no importa.
Requiem per una comunicazione mediata dalla macchina.

81, 4-Dic-94, 11:45, Anchorman, People, *, 2497
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Requiem per una comunicazione mediata dalla macchina.
JLGodard, i francesi sono degli idioti anche soltanto perche' si appassionano ai dibattiti
Se le parole non traducono cio' che sta dietro alla mia bocca, io non faccio nulla perche' esse escano.
Impedisco il "comunque", l'"ogni caso", il "vada come vada".
Mi ostino all'esatta rispondenza tra il pensato e il detto, tra il "sentito" e il detto (del resto, anche all'esattezza del sentire e del pensare).
Opero la contrazione della comunicazione: non esiste parola che traduca. Manco di parola, e il pensato e sentito sono un libro non scritto.
Rifiuto l'azione di traduzione: impedisco alle mie parole di comunicare. Quando "devo" (in ogni momento, cioe'): balbetto. Non prendo gusto al "farsi" del pensiero mentre la parola parla. La parola non ha piu' vita propria, non evoca, non suggerisce, non "segna".
Non accetto di chiedere la complicita' dell'altro: "Capisci?, Intendi?". L'operazione di traduzione e creazione di pensiero, mi vede sola.
La comunicazione mediata dal calcolatore (CMC) crea l'illusione (parola scadente) di schermarsi attraverso la scrittura (scrittura schermica). Io posso rispondere o non-rispondere, e comunque "prendere tempo" per rispondere. E la risposta - quando verra' - e' meditata, provata, controllata, studiata, curata, limata, tolta da eccessi umorali, smorzata, o caricata, sottolineata, MARCATA, calibrata (anche l'eccesso e' calibrato). Ho modo di pensare se intervenire cautamente o leggittimare l' "accesso" di rabbia, di dispetto di entusiasmo (non c'e' spazio per l'effusione verbale!). Posso "guidare" la comunicazione.
Io accetto ed insieme respingo l'opportunita'.
Cosi', ora la comunicazione verbale mi irrigidisce (finalmente la mediazione della scrittura!): non fluisco piu' attraverso la parola detta, mi "controllo" anche quando parlo. L'altro supplica con lo sguardo le mie parole abortite e la supplica mi irrigidisce di piu' - se possibile: le mie parole non ne sono degne.
ESC, (F)ine, Sc(r)ivi, (*), (C)ancella. Abortito per sempre.
La Rivoluzione comunicativa (cmc), "attenta" al discorso verbale, si appella al "poi ti scrivo", rimanda la comunicazione ad altri momenti, al momento in cui la potro' "curare" e curarmi dell'interlocutore, curare la "qualita' " della comunicazione. Il discorso si schianta sul marciapiede, allora, o rimane conficcato nelle pupille del "supplice" ancora a meta', se non addirittura all'inizio.
Al colmo - per vendetta del discorso verbale - nego anche la comunicazione mediata dalla scrittura.
La tragedia e' consumata.
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sabato 21 novembre 2009
il cosmo dato o immaginato
La sensazione-sospetto, per molti, è che da Williams in avanti il fare poesia non differisca molto dal fare tout court: se la poesia si è dissolta dalla prosa del mondo perché non assumere la prosa del mondo a poesia?Williams invece mette in discussione la liceità della poesia come processo di esplicitazione caotica e casuale dell'io lirico, e quella dell'assunzione del linguaggio come registrazione, che vi si omologa, di qualsiasi atto liberatorio da costrizioni esterne. Nega che qualsiasi tipo di «scrittura» sia operazione corretta dal punto di vista etico e politico, né tantomeno che la poesia sia utilizzabile come momento (secondo l'ipotesi romantica) di sincronizzazione dell'io (in positivo o - e non fa nessuna differenza - in negativo) con il cosmo dato o immaginato.