giovedì 28 febbraio 2013

pathos della distanza

Si gioca con lo schermo a proprio totale piacimento, e a un tratto ci si accorge che anche quel «pathos della distanza», di cui diceva Nietzsche, risulta annullato.[Mondoailati Edizioni Arcavacata Anni Zero]

EDIMAL Dal sesto piano al Settimo Cielo




Edimal 2.0 è un datavideo. Contiene, insieme ai video di riferimento di quella particolare edizione, il database1 dei clip creati con lo strumento del timecode2 e supporta il portale3 della Didattica del corso di laurea triennale Fscc che pubblica gli artefatti comunicativi (Movies).L’utilizzo contestuale4 di DaDaBik e PhpNuke consente di elaborare la base dati dinamica che il redattore utilizza per la realizzazione dei materiali interattivi, interfacce5, da fissare poi con l’edizione finale del lavoro con la masterizzazione6.

ciclico ciclante

nel mondo della comunicazione e della trasparenza

la preziosa opacità della scrittura nel mondo della comunicazione e della trasparenza - l'immagine della voce in televisione.
[videor]


La trasparenza democratica della rete, leggendo Baudrillard e, leggendo domenica il giornale quotidiano,  "rendere tutto pubblico e trasparente frena la costruzione democratica: non fa emergere contrasti interni al gruppo o proposte strane che suggeriscano delle innovazioni" ci ricorda di ricorrere al nostro lavoro tra arte e comunicazione, tra scrittura e televisione.

Con Videor ci misuravamo proprio con l'inevitabile dissidio tra il video e la tele visione da una parte e la scrittura e la poesia dall'altra, mettendole insieme per dare alla tecnologia  elettronica una chance rispetto all'antica tecnologia della parola. Ricorrendo a quella particolare attitudine all'oralità di certi poeti e di certi versi Vito Riviello Elio Pagliarani Giovanna Bemporad Corrado Costa Amelia Rosselli Adriano Spatola Edoardo Sanguineti Giorgio Celli Alfredo Giuliani (e Giorgio Caproni Beppe Salvia Teresa Campi Guido Galeno Toti Scialoja Iolanda Insana Dario Bellezza tra gli altri, tanti, che animavano i readings almeno degli anni ottanta) facevamo direttamente televisione senza però esplorare più di tanto le possibilità del mezzo, concentrandoci piuttosto sulle personalità degli scrittori disponibili.

L'assunto era che non si può fare poesia o scrittura con la televisione (con il video insomma con finalità comunicative). Che se c'era un linguaggio una scrittura nel video e nella televisione questi interessavano il confronto con il cinema e la radio, non noi. Volevamo  mettere l'allarme sulla trasparenza della trasmissione televisiva nei fatti e nelle attività umane, ai quali venisse sottratto da questa televisione l'inviluppo di mistero e l'enigmaticità stessa dell'esistenza - preservata nella scrittura dei versi e nella sostanza poetica ai quali affidavamo intero il messaggio comunicativo.

martedì 26 febbraio 2013

l'italia s'è desta


superato lo shock nulla sarà come prima, anche per me.
quando ho visto anni fa che massimo seguiva il blog di grillo ho capito che non c'era veramente nulla da fare, che siamo nella società dei bamboccioni.

il festival dell'irresponsabilità, il controfestival dello spocchioso sanremo della politica spettacolo dei soliti noti  e ci risveglieremo tra le macerie: che fatica insopportabile.


dell'elmo scipito s'è cinta la testa / dov'è la vittoria?


Può sembrare eccessivo, ma Vitalità Del Negativo a via Nazionale fu il punto di svolta. Ingresso libero e naif, i soliti. [Proiezione documentario Vitalità del negativo. Durata 18’, regia di Michele Gandin, testo di Achille Bonito Oliva, 1971]
E' proprio il titolo a segnare un inizio. Il termine, i termini Negativo e Vitalità.
Non a caso l'organizzazione della mostra è fuori dagli schemi, anche se nasce in un ambiente fortemente contiguo a quelli artistici. Ma questo noi non lo sappiamo, non sappiamo nulla di particolare quando entriamo, solo i nostri discorsi ci assistono: tentiamo come altrove di porci in sintonia con chi ha fatto esposto detto e scritto.Come andando a cinema insieme, per esempio.Era domenica pomeriggio e pioveva uggioso, scendevamo per convergere ai SS Apostoli, dunque per caso, faceva freddo. Forse esagero, ma in fondo era un special Coney Island artistico e culturale.

Lo snobismo era una marca per discriminare, data l'età.
Molti di noi leggevano Nietzsche da tempo e Miller dei Tropici, Amelia Rosselli, con il sessantotto incombente a chiudere per anni i giochi americani, per così dire, con un coprifuoco che si spingerà ben oltre la fine degli anni settanta.


L'Italia come un'esilio per noi, Roma/Dublino, come oggi, a noi che come allora de' magnà e beve non ci sazia.

operetta

Pirates of Penzance, The, operetta: When the Foreman Bares His Steel by D'Oyly Carte Chorus & Orchestra on Grooveshark

Stream Pirates of Penzance, The, operetta: When the Foreman Bares His Steel by D'Oyly Carte Chorus Orchestra on Gilbert & Sullivan Weekend for free on Grooveshark.

sabato 23 febbraio 2013

[Speedy Zingales] il nostro caro Totò.

[Speedy Zingales]  il signor professore che guarda i civvù (CV) per sapere se Oscar Giannino Stoppani è  attivo e competente per rappresentarci, dopo decine di anni di prove evidenti, pubbliche e documentate che Giannino ha dato ampiamente: qualcuno gli chieda se solo adesso ha esaminato il leader del movimento a cui aderiva - ma mi faccia il piacereee, direbbe il nostro caro Totò.
Stefano CaireIeri alle ore 02:23


+Amilcare Dal Pino Forse ho fatto male i miei conti, ma mi parrebbe più plausibile che FARE superi lo sbarramento al Senato in un paio, forse tre, regioni (Lombardia, Veneto e Piemonte), piuttosto che il 4% nazionale (dove mi pare plausibile un dignitoso 2,5%). Sbaglio?

venerdì 22 febbraio 2013

lo sguardo sull’Aperto

Forse noi siamo qui per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra, al più: colonna, torre...

… E così ci affanniamo, e lo vogliamo compiere, vogliamo contenerlo nelle nostre semplici mani,nello sguardo che ne trabocca e nel cuore che non ha parola. Lo vogliamo diventare. A chi darlo? Meglio tener tutto, per sempre... Ah, nell'altro rapporto, di là,ahimè, che cosa portiamo? Non il guardare che qui lentamente imparammo, e nessun avvenimento di qui. Nessuno. Allora le pene. Allora soprattutto quel senso di peso, allora la lunga esperienza d'amore, - allora soltanto quel ch'è indicibile. Ma poi fra le stelle, che farne? son tanto meglio indicibili loro, le stelle. Anche il viandante dal pendio della cresta del monte, non porta a valle una manciata di terra, terra a tutti indicibile, ma porta una parola conquistata, pura, la genziana gialla e blu. Forse noi siamo qui per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra, al più: colonna, torre... Ma per dire, comprendilo bene oh, per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, nell'intimo,mai intendevano d'essere. Non è forse l'astuzia segreta di questa terra che sa tacere, quand'essa sollecita gli amanti così che ogni cosa, ogni cosa s'esalta nel loro sentire?...

Glass


 da un'intervista a Baudrillard: Identità dannate se tramonta l'era del segreto  
"In fondo, si tratta del terrore della trasparenza, come nella patologia schizofrenica: lo schizofrenico è completamente trasparente, non può fermare niente di quanto lo colpisce, è attraversato da ogni parte. Ma allora, se non c'è più interiorità, non c'è più neanche distanza dalle cose. Lo sguardo, il giudizio, la seduzione, tutto ciò va perso in questa sorta di avvicinamento assoluto. Si parla di interattività, ma di fatto c'è una promiscuità delle cose che fa sì che non ci sia più neanche alienazione, dal momento che non c'è altro che l'identico e che esiste la possibilità di realizzarsi totalmente, immediatamente senza passare per l'altro. E ciò fa sì che anche tutte le forme d'arte, come il teatro, ad esempio, che supponevano una scena, una distanza, uno sguardo, siano molto minacciate a vantaggio del collage video, dello schermo: di fronte ad esso si è al tempo stesso spettatori e protagonisti, interattivi. Si gioca con lo schermo a proprio totale piacimento, e a un tratto ci si accorge che anche quel «pathos della distanza», di cui diceva Nietzsche, risulta annullato". 
"In fondo, se ci si spinge ai confini estremi della tecnica, forse si ritrova la costellazione del segreto. Bisogna andare fino in fondo, senza cercare di difendersi. In definitiva, un barlume di speranza c'è ancora."
+projectglass [...] un filmato in soggettiva, si potranno scattare foto e spedire messaggi, catturare video e fare videochiamate. Il tutto, col solo comando vocale. [...] mostrano sulle loro lenti informazioni rilevanti per chi li indossa: indicazioni stradali, per esempio. Ma pure orari delle partenze degli aerei, previsioni del tempo o informazioni sugli oggetti che entrano nel campo visivo degli occhiali. E poi gli aggiornamenti dai diversi social network. Appunto la realtà aumentata da una serie di informazioni prese dalla Rete e dai suoi servizi. [...] insomma un delirio!
G+ | all always is it better too soon than never
tutto è meglio sempre troppo presto che non mai


psiche_VS_baudrillard
meraviglie delle tecnologie filosofiche
Da un lato le teorie riduzioniste e fisicaliste, dall'altro le teorie postmoderne e femministe mettono fortemente in questione il concetto di identità. Lei nei suoi scritti sembra invece deplorare il fatto che questaperdita dell'identità sia sostituita da una sfrenata ricerca di visibilità. Afferma inoltre che la realtà è basata su una incertezza radicale che rende impossibile qualsiasi scambio, ma a questo punto - dice - abbiamo trovato una «soluzione finale»: il virtuale in tutte le sue forme, la messa in opera di un artefatto tecnologico perfetto, tale che il mondo si possa scambiare con il suo doppio artificiale. Ancora una volta, però, si tratterebbe di un sistema votato al fallimento... Insomma a quale tipo di identità ci troviamo di fronte?
Dal mio punto di vista, l'identità non è un valore forte. C'è una logica dell'identità e della differenza che si rifà in una certa misura all'«identico». Si è detto: ognuno deve differenziarsi, deve avere una propria specificità; e tuttavia questa differenza ridiventa identitaria, vale a dire che ciascuno si identifica con se stesso. E' chiaro come in questo tipo di identificazione sia compreso un pericolo assoluto, perché il gioco in qualche modo si chiude: l'individuo diventa qualcosa di indivisibile, il clone di se stesso. È un tipo di processo che definirei antropico: si parte da una sorta di diversità, da una contrapposizione di sé a se stessi, da una divisione interna: ma a un dato momento accade che ci si conquista il diritto alla propria individualità. Non è più questione di libertà in atto, bensì dell'idea che ciascuno ha diritto al proprio territorio, al proprio patrimonio, alla propria eredità, al proprio nome. L'alterità è in qualche modo ostracizzata, rifiutata: a questo punto, ciascuno si è creato la propria nicchia, il proprio territorio. Si tratta di un problema filosofico antico, riproposto in epoca moderna e riportato alla luce dalla tecnica. Il soggetto che un tempo era d'ordine ideale, trascendente, è divenuto d'ordine tecnologico: ciascuno oggi si `consola' con gli strumenti elettronici, con i mezzi di comunicazione, con i mezzi d'informazione, creando un universo autarchico. Si passa dall'identità come essenza, all'identità come differenza e poi all'identità come riconoscimento; ma si tratta di una autodefinizione e quindi, in qualche modo, di un'auto-chiusura. Di tutto questo si ha sentore nelle tecnologie del virtuale, che in effetti aprono immense possibilità fino ad esaltare il cambiamento stesso di identità. E tuttavia, non si può parlare di un divenire in senso forte, come riguardasse l'idea di destino. Parlerei, piuttosto, di identità combinatoria e osserverei anche che, al centro di molteplici flussi, in qualche modo si è persa la coscienza di sé. Inoltre, si potrebbe dire che questa costruzione identitaria è operazionale: gioca con le tecniche, può trasformarsi a piacimento, e tuttavia resta effimera, orizzontale. Non ha più quella verticalità che era propria, ad esempio, dell'essere o del non essere, della storia, insomma di una trascendenza qualsivoglia.
L'identità oggi è diventata semplicemente una sorta di estensione, di estroversione, implica soprattutto l'essere visibili: niente più segreti. In definitiva, anche la comunicazione simbolica è fatta della condivisione di ciò che non viene detto o non può essere detto. Oggi, invece, tutto deve essere comunicabile e, all'interno di questa situazione ciascuno si ritaglia una piccola parte.
Per contro, assistiamo a una recrudescenza dei fondamentalismi e alla difesa di identità rigide...
Sì, ma qui stiamo parlando dell'identità come sistema di auto-difesa rispetto a questa sorta di relativizzazione del soggetto. Ora non ci sono più punti di riferimento. Non si sa più chi si è, non c'è più neanche un'immagine di sé. Tutto fluttua, tutto è instabile e quindi siamo di fronte a un ripiegamento, forse a una regressione. In un certo senso, è facile capire la necessità di difendersi dalla globalizzazione. Quando tutti i punti di riferimento e i confini vanno persi, ci si «riterritorializza» su valori religiosi, etnici, linguistici o altro. E al tempo stesso si tende a dire che tutto questo è reazionario. Il razzismo è ormai di seconda generazione, o forse di terzo tipo: rinasce in funzione di questa perdita di confini, di questa perdita di difese. Con la mondializzazione tende a scomparire ciò che apparteneva a valori universali: per esempio, il fatto che ogni popolo sia dotato di una propria cultura. La cultura occidentale ha affermato il diritto alla multi-culturalità, e di fatto la cultura della differenza è ancora un Leitmotiv dell'Occidente. Ma che cosa fanno di tutto questo le altre culture per metà scomparse? Anch'esse cercano disperatamente di affermare le proprie differenze, finendo per rientrare in questa sorta di mosaico culturale che, in fin dei conti, è quello dell'Occidente. È così che questa cultura disperata, della differenza e dell'identità, si perde infine in un sistema in cui viene in realtà sacrificata. Lo schema è quello di tipo pubblicitario, dove viene proposto un modello, per esempio di corpo femminile; eppure lo slogan dice: siate diversi, assomigliate tutti allo stesso modello!
Pensiamo alla realtà virtuale. L'identità implica un principio di riconoscimento di sé, e anche un principio di piacere: principio di realtà dell'individuo e dell'altro, del soggetto e dell'altro. In qualche modo un principio dialettico. Nella realtà virtuale, invece, sembra sia scomparsa la dialettica dell'alterità, dell'individuo, e non c'è più nemmeno quella che mette in relazione l'individuo con la società. C'è una specie di proiezione di ciascuno di noi in uno stesso panorama infinito di possibilità, il tutto ridotto a numero. Così siamo diventati un po'... oligocefali.
Lo psicoanalista Francesco Corrao parlava di un mutamento dei miti di riferimento: dal mito di Edipo, basato sulla colpa e sul triangolo, al mito di Dioniso, dio del gruppo orgiastico, che rappresenterebbe i livelli mentali precoci basati sul divoramento, sullo smembramento e sulla frammentazione. Il che renderebbe conto della violenza attuale e della incapacità di affrontare le passioni senza farle esplodere in maniera incontrollabile.
Anche se si può affermare che quelle edipiche sono delle strutture vere e proprie, in qualche modo stabili, è anche vero che ora si avverte un loro superamento, al di là della psicoanalisi e oltre il principio stesso di una interiorità e forse di un inconscio. Nell'universo virtuale l'inconscio non esiste più, è - per esempio - completamente relativizzato dal rapporto con realtà numeriche. Voglio dire che la strategia di un sistema come quello vigente consiste nell'annullare sia ogni dimensione trascendente che ogni forma di interiorità: essa, è chiaro, rappresenta la minaccia assoluta, è ciò attraverso cui si sfugge alla morte, alla legge, alla norma. In fondo, si tratta del terrore della trasparenza, come nella patologia schizofrenica: lo schizofrenico è completamente trasparente, non può fermare niente di quanto lo colpisce, è attraversato da ogni parte. Ma allora, se non c'è più interiorità, non c'è più neanche distanza dalle cose. Lo sguardo, il giudizio, la seduzione, tutto ciò va perso in questa sorta di avvicinamento assoluto. Si parla di interattività, ma di fatto c'è una promiscuità delle cose che fa sì che non ci sia più neanche alienazione, dal momento che non c'è altro che l'identico e che esiste la possibilità di realizzarsi totalmente, immediatamente senza passare per l'altro. E ciò fa sì che anche tutte le forme d'arte, come il teatro, ad esempio, che supponevano una scena, una distanza, uno sguardo, siano molto minacciate a vantaggio del collage video, dello schermo: di fronte ad esso si è al tempo stesso spettatori e protagonisti, interattivi. Si gioca con lo schermo a proprio totale piacimento, e a un tratto ci si accorge che anche quel «pathos della distanza», di cui diceva Nietzsche, risulta annullato. Il che rappresenta davvero un impoverimento notevole.
Sembra che le biotecnologie permettano un'azione diretta sul corpo senza presupporre più alcun collegamento con le fantasie sottostanti. Tramite i miti conoscevamo già degli ibridi, delle combinazioni non esistenti in natura, come ad esempio i centauri, le chimere e così via. Erano fantasie già contenute nella mente, ma ora possono essere realizzate. È come se tutto potesse diventare attuale, ogni azione possibile. Questo sì che comporta un cambiamento radicale...
In effetti, tutto quel che era sogno, utopia, fantasma, tutto ciò che aveva un'esistenza in qualche modo ideale, è diventato tecnologicamente realizzabile, dando luogo a una forma di realtà integrale: non c'è più modo di sognare una cosa dal momento che quella cosa viene realizzata immediatamente. Questo, del resto, comporta problemi psicologici non indifferenti: è difficile sognare una persona se è lì presente. Sta forse qui il fine ultimo di una relazione amorosa: poter sognare una persona avendola vicina. L'assenza e il vuoto, così come tutte le figure mitiche, stimolavano forme d'immaginazione, ma sembra non ce ne sia pià bisogno dal momento che tutto è incarnato, realizzato.
Anche la psicoanalisi ci insegna che il pensiero, la capacità di simbolizzazione, nascono dall'assenza.
Sì, occorre una sorta di alternanza del gioco, di contrapposizione fra presenza e assenza. In fin dei conti, l'identificazione totale avviene forse un po' nel sonno, ma compiutamente solo nella morte. Pensiamo alla clonazione, vale a dire l'identificazione illimitata di sé: non ci mette di fronte a quella che Freud chiamava pulsione di morte? Alla possibilità di essere moltiplicati ma indifferenziati, di non avere più niente a che fare con la propria assenza, di essere completamente identificati...
E di non aver più niente a che fare con la propria origine...
Proprio così, viene annullato l'evento della nascita, così come quello della morte, e ci troviamo di fronte a una sorta di continuum, di flusso ininterrotto dove ciascuno si trova semplicemente alla confluenza di un certo numero di percorsi, di schermi. Questa, in fondo, è la prospettiva generale: un po' catastrofica secondo me.
Eppure potremmo provare a vederla in un altro modo: non potrebbe darsi che ci troviamo di fronte a nuove geometrie mentali, nuove forme di vita, nuove identità appunto, di cui non è dato ancora conoscere i modi di organizzazione, ma che potrebbero evolversi in qualche forma se solo arrivassero a usufruire di un minimo di integrazione di questi livelli e di queste modalità?
L'integrazione mi sembra diventata un imperativo morale. In ultima analisi, direi che l'unica prospettiva positiva è quella del gioco. Ma in senso forte, dunque non come sfida intrinseca alla dimensione duale. Il cambiamento continuo può rispondere a un principio di piacere, è vero, ma minimale: si cambia look, si cambia aspetto, e perché no? si cambia sesso. Non che vada negato il godimento immediato che se ne può trarre: tuttavia restiamo all'interno di una dimensione ludica, estranea ai grandi giochi. Inoltre, mi sento molto perplesso circa le varianti di integrazione che consentirebbero forme di appropriazione di sé. Forse, invece, ci sono già livelli di integrazione sociale che permettono di ritrovare modalità reali di comunicazione. O, quantomeno, forme di comunità realizzate attraverso dispositivi tecnici. Ricordano i modi di stare insieme delle tribù, spazi tribali dove ciascuno si ritaglia una forma di linguaggio, un idioletto. Ma non bisogna essere troppo settari... ci troviamo di fronte a cambiamenti simbolici ospitati negli alveoli di un sistema che è addirittura la negazione del simbolico. In fondo, se ci si spinge ai confini estremi della tecnica, forse si ritrova la costellazione del segreto. Bisogna andare fino in fondo, senza cercare di difendersi. In definitiva, un barlume di speranza c'è ancora.

giovedì 21 febbraio 2013

Oscar Giannino Stoppani

Oscar Giannino Stoppani è un Giamburrasca ricostituente, fa bene alla politica con il suo originale modi di starci. E' riconoscibile e presente da anni, non ha certo bisogno di master e lauree perchè noi si possa dire che ci ha orientato e aiutato a capire nell'ostico mondo fastidioso degli economisti.
  E' una dimostrazione evidente di scuola attiva nella società, nei media, nella discussione per deliberare che ogni giorno ci tocca.
Perchè è andato a scontrasi con sue (non richieste?!) dichiarazioni di studio accademico? ...a cui lo hanno impiccato certi suoi spocchiosi partners accademici? (...)

martedì 19 febbraio 2013

Phonè

Carmelo Bene ha sviluppato nel suo teatro una linea di fuga dalla metafisica presenzialista e dal testo, attraverso la phoné. Per Carmelo Bene {[(...)]}



Dare fiato, espressione diffamatoria da utilizzare al meglio con "apri bocca e daje fiato" {procedura [s'intende che spesso le migliori cose che si colgono vengono dai momenti di effusione verbale, emissione gratuita di suoni articolati, chè secondo Samuel Beckett (è meglio abortire che essere sterili) parlare a vuoto è la migliore procedura di autoanalisi che fornisca risultati utili]}

 hairdryer {sostantivo} [comp.] (anche: hair drier)
 asciugacapelli {m} [comp.]
NOTE
Nel film interpretano dei venditori 40enni di vecchio stampo, i classici venditori porta a porta, che perdono il loro lavoro perchè la loro ditta chiude e si ritrovano a dover cercare un nuovo lavoro. In questa era informatizzata sono dei pesci fuor d’acqua, ma non si danno per vinti e, da bravi venditori di fumo, riescono ad ottenere una Internship (il nostro Stage) in Google.

viene avanti (pauvre chrétien) cretina

viene avanti (pauvre chrétien) cretina
(nessuno è cretino come i francesi, ci
vuole un'intera nazione perchè sia possibile)


sabato 16 febbraio 2013

CASCANDO

Samuel Beckett | Gli studiosi si mettono in moto, cosa sopravviverà? I documenti non giustificano queste fatiche non richieste.  Ma chi pubblica, anche se solo per vedere fino a che punto si abbia qualcosa da dire come Beckett, questi pesci piglia. Noi cantileniamo, per es, tutto è sempre meglio troppo presto che non mai con J. Rodolfo Wilcock

Poesie in inglese
in italiano nel testo


the grapples clawing blindly the bed of want bringing up the bones the old loves sockets filled once with eyes like yours all always is it better too soon than never the black want splashing their faces saying again nine days never floated the loved nor nine months nor nine lives (*)
TITOLO ORIGINALE: CASCANDO|DATA DI COMPOSIZIONE: LUGLIO 1936 | PRIMA PUBBLICAZIONE: «DUBLIN MAGAZINE» (OTTOBRE-DICEMBRE 1936) | EDIZIONI ITALIANE: UTET, 1973 – EINAUDI, 1976 – EINAUDI, 1999 – EINAUDI, 2006

{ colture [Poesia sentimentale dai toni cupi che si conclude con un memorabile crescendo. Probabile “sfogo” lirico di Beckett in memoria di un amore giovanile non corrisposto.] questa è la chiosa a "Cascando" ah ah ah!}

google translation (*) l'pinze artigliare ciecamente il letto di voler portare le ossa i vecchi amori prese di pieni, una volta con gli occhi come i tuoi tutto è sempre meglio troppo presto che mai il nero vuole spruzzi loro facce dicono ancora nove giorni mai lanciato l'amato né nove mesi né nove vita

wilkock (*) sempre troppo presto a trascinare i rampini a artigliare ciecamente il letto della mancanza svellendo le ossa i vecchi amori orbite già riempite di occhi come i tuoi tutto sempre è meglio troppo presto che mai il nero bisogno spruzzato sulle loro facce di nuovo dicendo nove giorni mai fecero galleggiare l'amato né nove mesi né nove vite 
beckett (*) the grapples clawing blindly the bed of want bringing up the bones the old loves sockets filled once with eyes like yours all always is it better too soon than never the black want splashing their faces saying again nine days never floated the loved nor nine months nor nine lives

Metà motore (ed è a metà dell'opera)

Un motore di ricerca personalizzato, spesso definito semplicemente motore di ricerca, è un'esperienza di ricerca su misura che ti consente di ..


Meta motore di ricerca ecologico per bambini e ragazzi, dei fumetti, di anagrammi a frase in lingua italiana, (catalogo o metamotore?) download il motore di ricerca più veloce del mondo!

mercoledì 13 febbraio 2013

[Pascarella] La scoperta dell'America

l’Ocse segnala:
Substantial differences exist between countries in teacher beliefs about how teaching should be delivered: In most countries teachers see their job as helping students actively to develop and construct their knowledge rather than concentrate on transmitting content only (among the TALIS countries, the exception is Italy where only a minority endorses this view).
A quanto pare, dunque, gli insegnanti italiani si fanno notare per la convinzione secondo la quale l’insegnamento è la trasmissione di conoscenze piuttosto che la coltivazione delle capacità degli studenti di alimentarsi di conoscenze.

i giochi di parole

{..quasi tutti i film che imitano quelli di Godard sono insopportabili, perchè mancano dell’essenziale. Si può imitare la sua disinvoltura, ma si dimenticherà, non è un caso, la sua disperazione. Si imiteranno i giochi di parole,ma non la loro crudeltà. [detesto - i- registi-poeti (Fancois Truffaut)]}




  E' cominciata con la "conta" la presentazione alla libreria Einaudi del libro che raccoglie il lavoro poetico di Giulia Niccolai, Poemi & Oggetti, edita da Le Lettere.
  Atmosfera di gioco, di apertura all'ascolto del segreto infinito delle parole, humour sapiente e tutto femminile che resta in attesa delle rivelazioni inattese che la scrittura riesce a incrociare tra i piani delle nostre esistenze e quelli dei diversi linguaggi.
  Un vero divertimento quello propostoci da Monica Palma, Donata Negrini, Milli Graffi e Raffaella Molinari Cappi che si sono messe in un gioco che danzava intorno a un poeta/poetessa, oggi monaca buddista, che ha esordito giovanissima come fotografa, ha continuato come scrittrice di romanzi, ha fatto parte del "Gruppo 63", ha fondato e curato la rivista "Tam Tam" e l'omonima collana di poesia sperimentale, è stata animatrice insieme a Adriano Spatola del progetto editoriale Geiger, per approdare a una poesia visiva che resta in ascolto della realtà con uno stupore e meraviglia esilaranti a conferma del legame che unisce poesia e filosofia.

Milli Graffi, curatrice del volume, ha presentato come «un'onda lunga di riflessione» il lavoro teorico di Giulia Niccolai che è «un'oceano con varie isole staccate l'una dall'altra», che osa mostrare la non sovrapponibilità di significante e significato e nella provocazione mostra la realtà stessa. Emblematica la poesia poema tautologico dove nella pagina infila uno spillo, per tentare di dire e forzare un reale indicibile, come se «volesse appropriarsi di tutto il processo cognitivo necessario per vivere la vita» e l'oggetto infilato risulta così vicino alla verbalità da essere sovrapponibile ed insieme distante. 


Una "smussatrice di spilli" che ci mostra lo scarto tra realtà e pensiero, per vedere e accettare, del nostro esserci, il lato comico prima del tragico e giocando sul nonsense fa crollare le lettere di Dictionary facendole diventare Nary (nemmeno una parola). Qui e ora, afferma Raffaella, cinque donne "conversano" e se ad essere "versata insieme" è acqua, lavano cervelli, stanno praticando quell'attitudine a meditare, riduzione dello spazio tra pensare e sentire, che è in grado produrre una lettura sia della parola scritta che della realtà che si fa imitazione e non copia.


La raccolta intitolata "Frisbees" propone "poesie da lanciare", collocate ironicamente "tra mistica ed enigmistica", dotate di una sorprendente energia e vitalità ci fanno sorridere con il loro raccontarci di presunte coincidenze dalle quali sembra tralucere un'armonia superiore, una sorta di percorso "tra filo di Arianna e velo di Maya".
Un percorso di meditazione, afferma Monica Palma, un mettersi in viaggio inesauribile che è un ritrovarsi per andare oltre la superficie di ciò che è percepito, la riflessione di Giulia Niccolai gioca con l'umorismo ed è percorsa da un vertiginoso stile comico che Giorgio Manganelli ha accostato a quello delle Mistiche e delle Sibille e al loro muoversi tra il prima e il dopo. Un'attenzione agli spazi vuoti più che a quelli pieni che, come insegna la filosofia Zen e mostra l'autobiografia Esoterico biliardo, comporta il non escludere mai niente e nessuno e che nella sua scrittura si trasforma in “un viaggio che porta da un'altra parte", che si abbandona, dice Donata Negrini, ad una mobilità che si lascia andare al movimento delle onde e al divertimento puro "dell'esplosione della parola da se stessa" dove la velocità della mente di intrecciare le varie stratificazioni del reale sembra placarsi in una forma della sapienza e trasformarsi dall'inquietudine in quiete. . Ornella Crotti

domenica 10 febbraio 2013

I conti dell'Host

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    Leggiamo un altro passo dello Zibaldone, del 1828, decisivo per capire come stanno veramente le cose: «All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose».

    Onda su Onda


    Champagne elettorali

        A Carnevale ogni scherzo
        elettorale.

    Basta che le elezioni si facciano in città quella in cui di solito si abita, non in campagne apposite,  e/o senza champagne elettorali. Sapremmo di chi si tratta e andremmo a votarlo. E' inutile imitare stancamente il modo dell'americano che non ha il nostro senso di cittadinanza - e di famigghia a volte, daccordo. Basterebbe che l'Eletto fosse solo colui che conosciamo bene perchè lo stimiamo e frequentiamo ordinariamente: il nostro inviato così sarebbe semplicemente un cittadino di nostra conoscenza, e non un campagnolo qualunque, elettorale.