giovedì 22 dicembre 2011

GUIDA ALL'ASCOLTO 4

GUIDA ALL'ASCOLTODEL "MESSIA" DI HAENDEL
4.


Consigli per la lettura
Conviene dare una leggiucchiata a questa guida prima del concerto, in modo che dopo si sa già un po' a cosa guardare, dove soffermare di  più la propria attenzione.  Inoltre per  qualche brano si impiega forse più tempo a leggere la descrizione che  a sentire  il pezzo.  E anche durante il concerto conviene  leggere con una certa furberia,  in modo da evitare che quando si è arri­vati  a leggere la descrizione di una cosa,  l'evento a cui ci si riferisce appartenga già al passato. (1)




Struttura


Oratorio per soli, coro e orchestra. Sono in tutto 52 pezzi:
recitativi,  arie,  accompagnati,  cori,  un duetto e due parti solamente strumentali (l'ouverture e la  "pifa").  Alcuni  brani ("And He shall purify",'His Voke is easy",  "For unto us", "All we  like sheep" e "O death where is thy sting?") Haendel  li  ha ripresi  da altri pezzi che aveva già composto prima.  Gli  altri brani sono stati composti specificamente per questo oratorio.  Di vari brani esistono diverse versioni dello stesso Haendel, che ha lungamente rielaborato  l'opera in occasione delle  sue diverse esecuz ioni.
Di solito si fanno dei tagli.  Nella nostra esecuzione ce ne saranno pochi.  In  questa guida mi riferirò ai brani  che noi effettivamente eseguiremo,  anche se non escludo qualche errore nel  senso che forse includo qui qualche aria che poi  in  realtà non verrà eseguita. In questo caso, fate attenzione a capire dove stiamo.  Invece sicuramente sarò preciso per quanto riguarda  i brani corali.
L'oratorio è stato composto da Haendel (1665-1759) nel 1741, in 24 giorni, molto meno di quanto abbiamo impiegato noi a prepa­rarne  l'esecuzione.  La prima esecuzioneè invece avvenuta nel 1742.  L'argomento è l'attesa della nascita del Messia, e riferi­menti  al  suo futuro destino in terra.  I testi sono tratti  dal vecchio e dal nuovo testamento.  In realtà della vita di  Cristo non  si  dice praticamente nu~la,  salvo la citazione di  passi evangelici  sullasua nascita.  L'argomento,  insomma,  verte più sulla  funzione del Cristo che non sul suo insegnamento o sulla sua vita.
L'oratorio doveva essere una specie di opera senza costumi e senza azioni.  In questo oratorio qui, però, l'aspetto drammatico è quasi assente,  mentre prevale l'aspetto didascalico. Ciò nono-stante,  in  occasione di una esecuzione del 1743,  esso è stato chiamato "Grand Divertissement".  Anche se questa dizione oggi ci sembra del tutto impropria,  io vi auguro di divertirvi molto per l'aspetto propriamente musicale dell'opera.


(1) In questa oltre che su mie osservazioni perso­nali  mi sono basato su:  alcune cose dette da Sergio Siminovich, l'opuscoletto illustrativo, redatto da Jan Nuchelmans, che accom­pagna  l'edizione discografica 

venerdì 16 dicembre 2011

il margine della strada


21

privi di preveggenza e nutrano un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli; che in fondo siano anri-intellettuali e si preoccupino di restringere tanto l’arte quanto il pensiero al momento esistenziale. E così via. Chiunque abbia una sia pur debole attitudine all’invettiva, porrebbe presentare una grande quantità di sotterranee accuse e controaccuse di questo genere. Sia le accuse che vengono mosse da una parte, sia quelle che vengono lanciate dall’al’ tra contengono qualcosa di non del tutto privo di fondamento. Ma esse sono tutte distrurrive. Per la maggior parte si basano su pericolosi malintesi. Vorrei ora prendere in considerazione due dei più profondi di questi malintesi, uno per parte.
Innanzitutto, l’ottimismo dello scienziato. E una accusa così spesso ripetuta da essere ormai un luogo comune. L’hanno lanciata alcune delle più acute menti non-scientifiche dei nostri giorni. Ma dipende da una confusione tra esperienza individuale ed esperienza sociale, condizione individuale e condizione sociale dell’uomo. 
La maggior parte degli scienziati da me conosciuti ha sentito — non meno prnfondamente dei non-scienziati da me conosciuti — che la condizione individuale di tutti noi è tragica. Ciascuno di noi è solo: talvolta sfuggiamo alla solitudine con l’amore o l’affetto o, forse, in certi momenti di creazione, ma questi trionfi della vita sono piccole zone illuminate che ci creiamo, mentre il margine della strada rimane avvolto nell’oscurità: ciascuno di noi muore solo, Ho conosciuto scienziati che credevano nella religione rivelata. Forse per loro il senso della condizione tragica non è così forte. Non so. Per la maggior parte delle persone di profondo sentire, per quanto coraggiose e felici, e qualche volta soprattutto per quelle più felici e più coraggiose, quel senso della condizione tragica sembra costituzionale, parte del peso della vita. Questo vale per gli scienziati che ho meglio conosciuto, come per chiunque altro.
Le due culture 

Mi siedo al margine della strada.
Il guidatore cambia la ruota.
Non sono contento di dove vengo.
Non sono contento di dove vado.
Perchè allora guardo il cambio della ruota con impazienza? 
B.B.

martedì 13 dicembre 2011

economia italiana

ha siglato un accordo di collaborazione con Google Search Appliance, destinato a costituire la base per tutte le nuove generazioni di prodotti. Nel 2009, prima azienda al mondo, ha lanciato sul mercato uno strumento di diagnosi multimarca per il settore agricolo e per quello nautico.af/2011/12/13/economiaitaliana



Si chiama Tk100, ed è una chiave "mutante" in grado di ospitare qualsiasi transponder a codice fisso. L’innovazione sta nel permettere di riutilizzare la stessa chiave senza doverla cambiare ogni volta che si acquista un auto nuova, con un notevole risparmio per l’automobilista: è sufficiente sostituire la parte meccanica, che è intercambiabile e fare una copia elettronica della nuova chiave. af/2011/12/13/economiaitaliana



Fondata nel 1999 da Umberto Masera, già titolare di Gleiscar, azienda di trasporti e logistica intermodale, è entrata nel mondo delle spedizioni espresso riunendo piccole realtà sotto una unica insegna e aprendo un mercato del tutto nuovo: quello delle consegne rapide di bancali.  af/2011/12/13/economiaitaliana




Ma Libero stesso è un testimonial in prima persona dei vantaggi del Cloud. Spiega Converti : 
«Abbiamo completamente virtualizzato il portale. Vuol dire che abbiamo messo nei server di ItNet quel miliardo e passa di gigabyte di memoria che prima girava su circa un migliaio di server a nostro uso esclusivo. Il risparmio è stato netto: il 50% rispetto ai costi del vecchio sistema "fisico", che si aggirava sui 5 milioni di euro l’anno».af/2011/12/13/multimedia

Studio/Lavoro: un Laboratorio ad Arcavacata

Marica Minio Show [una memorabile lezione di studio-lavoro, ovvero come si studia il proprio lavoro in pubblico]

https://plus.google.com/u/0/101551969339987991612/posts/gEVvzyCdfUC

apparati:

  1. http://elleboro.unical.it/?q=node/1440
  2. http://elleboro.unical.it/?q=node/1442
  3. http://elleboro.unical.it/?q=node/1441
  4. http://elleboro.unical.it/?q=node/1446
  5. http://elleboro.unical.it/?q=node/1450
  6. http://elleboro.unical.it/?q=node/1567


domenica 27 novembre 2011

web.archive.org


redazione: elinuxNuke resuscitato
Postato il Saturday, 27 October @ W. Europe Daylight Time di webeditor

WebEditing Elinux Web Project alla Facoltà di Economia all'Unical


Lavorare per una redazione in Rai Regione

redazione: Lavorare per una redazione in Rai Regione
Postato il Tuesday, 15 May @ W. Europe Daylight Time di webeditor
Radio e Televisione
On 2004-09-12 09:59, OrazioConverso report dalla redazione rai
grazie al lavorìo del supporto alla didattica del CdiL, alla collaborazione generosa degli ospiti e, of course, all'efficacia di frege suygna, ora possiamo entrare in medias res o meglio in media.
Possiamo confrontare il lavoro in televisione con quello nostro di redazione, o meglio definire finalmente quale sia l'oggetto della sfida che questo corso di laurea porta nella creazione del nuovo media (e quindi quale lavoro per chi per come perocchè per quanti..). seguiamo passo passo manuela:
10/09/04.....seconda uscita! Oggi sono uscita nuovamente per un servizio esterno che andrà in onda domani alle 14, è simpaticissimo conoscere gli operatori, anche loro hanno tanto da insegnarci sanno consigliarti e ti aiutano a superare l'emozione del momento.

1 Oggi ho provato l'emozione
2 di dover costruire un servizio in pochissimo
3, cioè: visionare il pezzo grezzo
4, selezionare i punti delle eventuali interviste
5, scrivere un pezzo
6 farlo correggere
7, ed ventualmente riscriverlo
9, con le correzioni che ti hanno fatto
8, passi al montaggio
10, ma se i tecnici sono impegnati devi aspettare

11 anche perchè non è facile montare un pezzo soprattutto quando le immagini delle riprese non sono tantissime diventa davvero complicato

12, devi farti leggere
13 e registare
14 il pezzo che hai scritto che accompagnerà

15 le immagini del servizio...tutto questo in meno di un'ora con l'ansia che devi sbrigarti perchè sai che il servizio andrà in onda subito

16. E' un'emozione perchè ti aiuta a stimolare la tua creatività nel migliore dei modi in maniera veloce, che al di là del lavoro che devi fare, ti aiuta in tutte le cose che fai.

17 Dovrebbero capitare spesso nella vita delle persone questa situazioni

18, anche perchè ti insegnano a mantenere il controllo della situazione, cosa che normalmente, nella vita di una persona normale

19, non capitano spesso

però prima seguiamo attentamente altri due discorsi (Gabbanelli di Report - Rai Tre e il direttore di NYone) piccole telecamerine crescono, 1995 [ 12-09-2004 10:29 ]

1. gli operatori 2. l'emozione 3. la veliocità 4. il grezzo, cioe' la [registrazione] 5. l'indicizzazione 6. scrivere il pezzo 7. correzione 8. le correzioni 9. la riscrittura 10. sala montaggio 11. aspettare il tecnico 12. lavorare su un lungo materiale di ripresa 13. il lettore, la recita 14. la registrazione audio 15. la sincronizzazione audio-immagini 16. la messa in onda 17. stimoli creativi (anche oltre) 18. gli addetti ai lavori e gli specialismi 19. le persone normali, ovvero gli utenti, per esempio. 20. l'archiviazione del prodotto? 21. la trasposizione in Rete del lavoro fatto per la trasmissione televisiva [omissis] dunque, vediamo un pò... (diranno i miei piccoli redattori)... [ 12-09-2004 10:29 ]
bene, interroghiamo qualcuno,,venga quel lungagnone lì che si nasconde nel chat, avanti...Zetakk!

Videor, linea di confine.

Dopo un decennio di presenza in rete del sistema informatico Videor viene da pensare al lavoro ininterrotto di tutte le persone che hanno creduto nel media digitale, come forma artistica e strumento di trasmissione di contenuti, quando ancora questo era piuttosto bistrattato, e che ancora oggi credono nella libera espressione della comunicazione in un mondo regolato da sistemi che impogono all'utente-cliente delle libere scelte ben definite a priori.

Libertà comunicativa, elemento questo che Videor ha mostrato fin dalle sue origini di videorivista, fino ad arrivare ad oggi, tramite i suoi portavoce, alla presenza in diverse realtà culturali italiane di alto livello, facendo apprezzare e conoscere il suo non modello comunicativo.

Videor è infatti non solo stile, non solo contenuti e soprattutto non solo contenitore. Videor è insieme di esperienze diverse, realtà e apparenza, arte e artista tutti uniti in forma non distinguibile, ma liberamente (non semplicemente) fruibile attraverso una struttura che non è solo digitale ma soprattutto umana. Una ricchezza questa che aumenta con il tempo, riportando alla luce tesori dimenticati, o forgiandone di nuovi ogni volta che se ne presenti l'occasione.

E per questo che oggi Videor si prepara ad affrontare, forte delle diverse esperienze accumulate, una nuova sfida comunicativa .


La sfida riguarderà ogni aspetto del sistema, grazie sia cooperazione con forze nuove che al rinforzamento dei precedenti legami. Si verrà così ad un nuovo motore tecnologico pulsante, per giungere assieme ad un sistema dove cultura e tecnologia diventano un unicum da godere e non da subire.


Figlio di una cultura libera, il sistema Videor diventerà quindi catalizzatore di una serie di attività che faranno capo sia alla sua struttura originaria di videorivista di poesia, che ad innovative sperimentazioni tecniche/mediali le quali avranno modo di utilizzare forme e strumenti propri del software open source.


Fa parte di questo lavoro una ricerca approfondita sulla formalizzazione e l'utilizzo nei nuovi media del linguaggio naturale che, grazie al lavoro di esperti aventi competenze in diverse aree, umanistiche e tecniche, avrà il compito di realizzare degli idiot savant informatici in grado di affrontare, in maniera produttiva, dei dialoghi con soggetti interessati a specifici argomenti.

melkor@videor.it

Morte d'un poeta

Suygna. Oh, s'io avessi allora presagito
Data: Sunday, 31 October @ W. Europe Standard Time
Argomento: Teatro




Oh, s'io avessi allora presagito,
quando mi avventuravo nel debutto,
che le righe con il sangue uccidono,
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.

Mi sarei nettamente rifiutato
di scherzare con siffatto intrigo.
Il principio fu così lontano,
così timido il primo interesse.

Ma la vecchiezza è una Roma
senza burle e senza ciance
che non prove esige dall'attore
ma una completa autentica rovina.

Quando detta una riga, il sentimento
manda uno schiavo sulla scena,
e qui l'arte vien meno,
qui respirano la terra e il fato.

borìs pasternàk

06:53:17pm CristianoTesta> ora ti faccio una domanda

06:53:21pm editor> quando sei in difficoltà non vai troppo per il sottile
06:53:32pm editor> spara (ops)
06:53:45pm CristianoTesta> perché fai l'editor e non hai scelto che qualcun altro editasse te, visto che potevi farlo? che ne eri in grado?
06:54:12pm CristianoTesta> tu sei diverso, e allora come la mettiamo
06:54:56pm editor> quando avevo la tua età Amelia mi volle presentare ad un critico (Cesare Garboli) che lei stimava e che andava per la maggiore
06:56:20pm suygna> editor continua....sto ascoltando in silenzio...
06:56:16pm editor> diceva, Amelia, " Quelle tue belle poesie, Orazio" e arrotava la r "francese" che aveva e la rendeva così sofisticata
06:57:16pm editor> io andavo la mattina (invece di studiare) a via delle mura aureliane e la trovavo seduta nel dondolo
06:57:25pm editor> nel piccolo giardinetto davanti casa
06:58:02pm editor> parlavamo, poi entravamo in casa per lavorare..
06:58:23pm editor> le facevo da "segretario" diceva Lei, e voleva pagarmi
06:58:56pm editor> stavamo redigendo, infatti, il suo nuovo libro per Garzanti
07:00:41pm editor> Amelia era il Mio Poeta, grandissimo, sublime
07:01:02pm editor> e stavamo diventando amici
07:02:38pm editor> anche a me piacevano le mie poesie
07:03:18pm editor> una cominciava così:
07:04:10pm editor> "Rosso di sera / buon poeta si spara. /Ritornando ai proverbi ritorniamo all'anima idiota del popolo / e rifacciamo si qui il percorso.."
07:04:21pm editor> era il 1968
07:05:14pm editor> a matematica, gli amici dicevano che "i primi a fare fuori (appena fatta la rivoluzione) siete voi"
07:05:23pm editor> cioè le teste storte
07:05:34pm editor> quelli che tralignano
07:05:40pm editor> che parlano d'altro
07:05:53pm editor> che si sottraggono alla dialettica
07:06:31pm editor> Amelia era la Nota Assoluta, la Poesia realizzata
07:06:59pm editor> Portai a casa sua prima Guido, poi Fernando
07:08:14pm editor> Amelia non riusciva a consegnare il libro a Garzanti, gli toccava di escludere almeno la metà delle poesie che aveva
07:08:31pm editor> e non le riusciva
07:09:45pm editor> mi fece portare tutte le poesie a casa mia e cominciò a uscire con Guido e Fernando
07:10:06pm editor> Si divertivano un sacco a far nulla, in fondo
07:10:35pm editor> La storia continua che io leggevo le poesie, le ribattevo a macchina, le collazionavo, etc
07:10:44pm editor> facevo l'editor senza saperlo fare
07:11:24pm editor> E mi spindi fuori anche a proporre le mie...
07:11:27pm editor> insomma
07:11:31pm editor> insomma
07:11:32pm editor> insomma
07:11:46pm CristianoTesta> non ci sono per nessuno sto ascoltando orazio
07:12:01pm Mazic> neanche per me?
07:12:03pm LentikkiaAnonima> va bene scusa
07:12:28pm editor> cri, cresci
07:12:57pm editor> nutri la tua aristocratica attenzione per la scrittuta
07:13:12pm CristianoTesta> questa storia è una truffa, non finisce
07:13:24pm editor> e frequenta gl'incroci per vendere i giornali piuttosto che perderti nello scriverli (per ora)
07:13:26pm CristianoTesta> non finisce
07:13:57pm Mazic> Cri a quale incrocio sei che vengo a farti compagnia
07:14:06pm suygna> lo sapevo io che poi alla fine cambiavi discorso orà
07:14:09pm CristianoTesta> quanto tempo ho per diventare qualcuno che mi piaccia guardare allo specchio?
07:14:14pm editor> eh già! l'hai capito, vero?
07:14:24pm CristianoTesta> fino ai 30? poi è una truffa?
07:14:36pm editor> Per andare dove voi siete
07:14:43pm editor> per andare via da dove non siete
07:14:51pm editor> c'e' una strada lunga
07:14:54pm Mazic> tante ore per il trucco, tante per il parrucchiere... chi bello vuole apparire grandi dolori ha da patire
07:15:00pm editor> nella quale non c'è estasi
07:15:26pm editor> (SCUSA MA DOVEVO ANNUNCIARTELO con i grandi versi di T.S.Eliot)!
07:16:24pm editor> 07:14:54pm Mazic> tante ore per il trucco, tante per il parrucchiere... chi bello vuole apparire grandi dolori ha da patire SI IN FONDO E' QUESTO,CRI e marzia lo sa
07:16:49pm CristianoTesta> io ho già patito
07:16:50pm editor> chissà cosa ti aveva scritto Marzia!??
07:16:56pm CristianoTesta> chiedi alla polvere
07:17:02pm LentikkiaAnonima> non so quando lo vedo, il telefono è sempre spento...ma forse lo conosci, si chiama domenico...è come me al terzo
07:17:17pm editor> andate su google e cercate i Four Quartets di Eliot
07:17:21pm CristianoTesta> ho già patito tanto
07:17:25pm LentikkiaAnonima>
07:17:42pm LentikkiaAnonima>
07:17:49pm LentikkiaAnonima> ma xkèèèèèèèèèè
07:17:51pm CristianoTesta> ho patito quello che nessuno di voi immagina neppure, neanche fante
07:18:19pm Mazic> chi è fante?
07:18:23pm CristianoTesta> devo comprare velocemente cibo per gatti. scusatemi scappo

07:18:44pm CristianoTesta> senza estasi
07:18:48pm editor> si, perdi sangue in linea: come Carmelo Bene che per tutto il film Nostra Signora dei Turchi sanguina copiosamente e si fascia interminabilmente in una piazza della puglia assolata
07:18:51pm Mazic> Ciao Cris... bacia bardamù per me... baci
07:19:29pm editor> salve ragazze gazze gazze gazze
07:22:58pm editor> Ah s'avessi presagito / quantdo m'avventuravo nel debutto / .../ mi sarei rifiutato di entrare in un siffatto intrigo/...
07:23:25pm editor> baci ai pupi alle pupe e ai gatti

Morte d'un poeta
Non ci credevano, pensavano: fandonie,
ma lo apprendevano da due, da tre, da tutti.
Si mettevano a fianco nella riga
del suo tempo fermatosi di botto
case di mogli di impiegati e di mercanti,
cortili ed alberi sui quali
i corvi, nel fumo d'un sole rovente,
urlavano eccitati contro le cornacchie,
perché le stolte d'ora innanzi non ficcassero
il naso nel peccato, alla malora.
Ma c'era sui volti un umido spostamento,
come fra le pieghe d'una strappata vangaiuola.
Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo
d'una decina di precedenti giorni tuoi.
Si affollavano, allineandosi nell'anticamera,
come se lo sparo li avesse allineati.
Come se avesse, schiacciandoli, schizzati da una chiàvica
lucci e scàrdove una deflagrazione
di petardi riposti fra i biodi.
Come un sospiro di strati micidiali.
Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza,
dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido, -
bello, ventiduenne,
come aveva predetto il tuo tetrattico.
Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia,
dormivi a piene gambe, a pieni mallèoli,
inserendoti ancora una volta di colpo
nella schiera delle leggende giovani.
Tu ti inseristi in esse più sensibilmente,
perché le avevi raggiunte d'un balzo.
Il tuo sparo fu simile a un Etna
in un pianoro di codardi e di codarde.

Oh, s'io avessi allora presagito,
quando mi avventuravo nel debutto,
che le righe con il sangue uccidono,
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.
Mi sarei nettamente rifiutato
di scherzare con siffatto intrigo.
Il principio fu così lontano,
così timido il primo interesse.
Ma la vecchiezza è una Roma
senza burle e senza ciance
che non prove esige dall'attore
ma una completa autentica rovina.
Quando detta una riga, il sentimento
manda uno schiavo sulla scena,
e qui l'arte vien meno,
qui respirano la terra e il fato.

Chat Archive Report by manuela suygna marino

Federico Pellizzi,maggio 1996


La speranza di un profondo rinnovamento dell'Università italiana è accompagnata dalla convinzione che questo non possa avvenire dall'interno, solo cambiando regole, concorsi e programmi, bensì soprattutto con una nuova osmosi tra l'interno e l'esterno, con un'uscita dell'Università da se stessa e nel medesimo tempo con la collaborazione di una moltitudine di ricercatori e organismi esterni con l'Università. 
Questa sembra una strada particolarmente adatta a un paese che ha un'irreversibile e storica vocazione culturale, e non solo politica, nel senso deteriore, per la policentricità e per la densità differenziata. Tale vocazione andrebbe fatta fruttare di là dalle lagnanze di maniera su arretratezze e provincialismi, per comprenderne e valorizzarne una buona volta la portata istituzionale. Un fenomeno nuovo, a volte produttivo, a volte dispersivo, sembra caratterizzare questi anni: la nascita di molte associazioni culturali, fondazioni e centri di ricerca. Se ciò da un lato è sintomo di disagio, di insoddisfazione per le istituzioni esistenti o di impossibilità ad accedervi, dall'altro è segno di grande vitalità culturale, di un desiderio costruttivo che andrebbe accolto nelle sue istanze, come si è detto più volte, di legame con il reale, ovvero, spesso, con il non visibile.
Forse si dovrebbe cercare di cambiare da subito proprio la rete dei comportamenti, degli stili della ricerca, rinunciando all'atteggiamento di difesa (di principi, della «grande letteratura», di qualcosa che, si dice, «si va perdendo») che contraddistingue molti letterati, ritrovando il gusto e il coraggio per una discussione pubblica, nell'accademia stessa più che sui giornali, senza paura di mostrare le proprie reciproche incomprensioni e le proprie differenze di prospettiva.
Diversamente dai postumi, pur comprendendo in certa misura molte loro ragioni, continuiamo a vedere uno spazio per la critica, per la costruzione o il riconoscimento di distanza, per l'individuazione di stili e di forme; anche se magari si tratta di stili in una testualità che non è più soltanto bidimensionale. È presumibile che le nuove tecnologie stiano cambiando ma soprattutto cambieranno, con fresca inaspettatezza, non solo il modo stesso di pensare l'arte, le opere, la scrittura, ma anche il modo di fare critica. 

Ad esempio il Novecento, con la sua densità e molteplicità, richiede strumenti nuovi per una completa ricomprensione, nuove ipotesi architettoniche sul tenere in conto e sullo scegliere. 

La coscienza ipertestuale che si va diffondendo, di là dai suoi aspetti venal-ornamentali, e dal miscuglio di evanescenza, esaltazione e diffidenza che l'accompagnano, fornirà sicuramente basi nuove per pensare i fenomeni letterari, per via diretta o per contrasto. Non è tanto una questione di catalogazioni sempre più esaurienti e di per sé esplicative, illusione post-positivista dura a morire, ma di modo di considerare i testi, di riconoscimento delle emergenze, di cambiamento del concetto di valore.
Se dietro le apparenti suggestioni della memoria totale e della dopostoria si vanno preparando invece, probabilmente, silenziose e colossali operazioni di amnesia collettiva, critica è anche cercare di individuare le precise direzioni, per nulla indifferenziate o generalizzate, in cui ciò sta avvenendo, e anche, forse, tenere aperte delle strade, delle istanze di rammemorazione.

Il «reale» non è certo una enorme banca dati, e nei prossimi anni si giocheranno importanti questioni riguardanti non solo il modo di ricordare, ma anche il che cosa ricordare. Nello stesso tempo l'abitudine di questa seconda metà del secolo di individuare in ogni bruscolo un «salto di paradigma» sembra quanto mai puerile. In questo quadro le tradizioni, il loro uso e la loro trasformazione, potrebbero anche complicarsi socialmente e geograficamente di là da ogni paventata omologazione. Perciò riteniamo che si possa ancora sperimentare, ricercare e contaminare senza rinunciare a un grammo di saturnina critica della cultura, che il fare creativo possa insegnare ancora, autonomamente e imprevedibilmente, scarti e profondità. Se questo avverrà fuori dai canali dell'asfittico «mercato editoriale», in una prospettiva di demercificazione dell'autore e dei manufatti, o attraverso una profonda ristrutturazione del mercato stesso, sarà tutto da vedere.

L'indifferenziato è solo uno degli stili architettonici del pensiero contemporaneo, a cui non è utile contrappore una (quanto mai dubbia) purezza della letteratura. Allo stesso modo il patrimonio della scrittura, secoli di pensiero gutenberghiano, sono un'acquisizione in qualche modo irreversibile della modernità che produce particolari forme di compresenza dei testi. Nel lavoro su queste compresenze, nell'uso massiccio e nella messa alla prova del sapere tipografico nelle nuove tecnologie, e nella costruzione, oggi più che mai, di dis-corsi, si apre con tutta probabilità il terreno più vasto per un esercizio della critica.
Le «grandi narrazioni» non si estinguono affatto: l'Occidente non fa che autonarrarsi di continuo, sia che opti per un genere apocalittico, apologetico, penitenziale o mistico-sospensivo. Ma dove forse la permanenza delle narrazioni mantiene un interesse critico è a un livello diverso, dove esse assumono un carattere in un certo senso eventuale, operativo, e cioè, tanto per tornare al discorso precedente, istituzionale: la loro metadiscorsività scende dalla Logica alle forme, riguarda gli accessi, i modi, gli stili, le capacità di rifrazione più che la coerenza di un discorso. Ma la forza organizzativa, retorica, ideologica o perfino autoritaria di tale metadiscorsività dei gangli aumenta, non diminuisce: è come se mettessimo una cattedrale gotica di fronte a una lirica di Anselmo Leoni. Questo è uno dei nodi che ci pone di fronte la rivoluzione informatica.

Perciò pensiamo che nella visuale di una ipermodernità, in cui decisivi sono i sistemi della memoria delle forme, ovvero i generi, la loro capacità di istituire differenze, il loro attuale mutamento strutturale, il loro cambio di scala e la loro capacità ricostruttiva, possa costituirsi un'ipotesi di lavoro più riflessiva e meno categorica di altre che pure colgono tutta l'importanza di una fase non epigonica e non stancamente nichilistica dell'umanità.

In questo numero una parte cospicua, nella sezione delle Presentazioni e delle Segnalazioni, è dedicata ai rapporti tra musica e letteratura e alla canzone d'autore. Non pretendiamo di scoprire nuove vie, di là dal valore dei singoli contributi: in realtà le vie sono soprattutto molteplici e forte è il bisogno di trovare strumenti critici per un'indagine inter-mediale. 

Qui sono rappresentate solo alcune prospettive, musicologiche, culturologiche, letterarie, ma soprattutto prospettive concrete, legate a realizzazioni, come nei casi, diversissimi, di Caprioli e Sanguineti. Limitandosi al tema dei cantautori, proprio da questioni appena accennate, come l'influenza di certa canzone sulla lingua e sulla letteratura, e non solo della letteratura sulla canzone, o come il contrasto che qualche volta si produce tra un carattere costitutivo della canzone - l'estrema riproducibilità e orecchiabilità - e l'innovazione linguistica, comportamentale e stilistica, vengono in luce certi problemi: l'importanza della canzone d'autore come fenomeno culturale e non più di 'costume', l'incongruità di considerare la cultura per settori, abitudine avallata spesso dalle impaginazioni dei giornali o dalle collane editoriali, la necessità, come forse per composizioni di altri secoli quali le ballate, i madrigali, le villanelle, di andare a cercare nella produzione di queste forme il valore reattivo, a volte deviante, a volte ottundente, che esse hanno nell'intero sistema dei generi letterari.

Un'altra piccola parte di questo numero è dedicata alla multimedialità e agli ipertesti, con saggi di Graziella Tonfoni, Giovanni Baffetti e Giorgio Melloni. Seguono altri interventi e progetti di lavoro, un testo poetico di Andrea Cotti, e infine la sezione delle Notizie, dedicata ai convegni, alle mostre, alle riviste e ad altre iniziative. È presente per tutto il numero una serie di notizie sull'attività di Associazioni come l'Associazione degli Italianisti, l'Associazione per gli studi di teoria e storia comparata della letteratura, l'American Association of Italian Studies, l'Associazione Amici di Leonardo Sciascia, l'Associazione Sigismondo Malatesta e, infine, l'Associazione culturale nata intorno all'attività di «Bollettino '900». Chiude il numero la seconda parte dell'aggiornamento bibliografico sulle pubblicazioni dei ricercatori e docenti del Dipartimento di Italianistica di Bologna, che sarà presto disponibile anche sul Web del Bollettino.
Federico Pellizzi n° quattro-cinque, maggio 1996

questa confusione paradossale

Tutta questa fauna mediale delle tecnologie del virtuale, questo reality show perpetuo, ha un antenato: è il ready-made. Qualsiasi oggetto, individuo o situazione è oggi un ready-made virtuale, nella misura in cui di essi si può dire quanto Duchamp dice in fondo del portabottiglie: esiste, l'ho incontrato. E così che ciascuno è invitato a presentarsi tale e quale, esecitare la sua vita in diretta sullo schermo, come il ready-made recita la sua parte tale e quale, in diretta, sullo schermo del museo. Identico problema con i reality show: bisogna condurre il telespettatore non davanti allo schermo ma nello schermo, dall'altro lato dell'informazione. Fargli realizzare la stessa conversione di Duchamp col portabottiglie, trasferendolo tale e quale dall'altro lato dell'arte, creando così un'ambiguità definitiva tra l'arte e il reale. Oggi l'arte non è altro che questa confusione paradossale tra le due cose, e l'intossicazione estetica che ne deriva. Allo stesso modo l'informazione non è altro che la confusione paradossale dell'evento e del medium, e l'incertezza politica che ne deriva. E così che siamo diventati tutti dei ready-made.
2005, mondoailati

la comicità involontaria

http://voxsophiae.unical.it:7070/ramgen/videor/costacatalogovocali.rm
L'ULTIMAPAROLA
La rivolta dei comici
PAOLO MAURI

Che cos'è il comico? Bella domanda. Sono secoli che ci si industria a cercare di venire a capo di una questione assai complessa con il guaio che i discorsi sul comico non sono comici e dunque inducono a riflessioni seriosissime. Devo dire che fa un po' impressione, per la mole, oltre seicento pagine, il volumone curato da Silvana Cirillo intitolato "Il comico nella letteratura italiana" (l'editore è Donzelli). "Teorie e poetiche" recita il sottotitolo. Inutile dirlo: si tratta di una raccolta di saggi in onore di un professore universitario, Walter Pedullà, che scende dalla cattedra avendo compiuto settantacinque anni. Ho estratto (è il caso di dirlo) il saggio di Tommaso Pomilio sul comico dall'età delle neoavanguardie. In fondo la neoavanguardia fu una "rivoluzione" all'insegna del comico, dell'abbassamento. Basta, dice Pomilio, rileggere i titoli di allora: «Gazzarre, Salti mortali, (e dopo. ancor meglio, Pataffio),e Capricci Italiani e Giuochi dell'Oca, e poi Hilarotragoedie e Comiche». Una follia che Pomilio dichiara di affrontare "per sommissimi capi" ma riuscendo a coinvolgere le esperienze di Malerba,Manganelli, Arbasino, Celati, Giuliani, Sanguineti e quel Massimo Ferretti scomparso troppo presto. Lavorando sul comico e praticando la comicità la neoavanguardia è riuscita a procurarsi moltissimi nemici ormai storici, perché gli sberleffi sono stati presi per diktat e le situazioni per categorie kantiane. La letteratura italiana ogni tanto avrebbe bisogno di rinnovare ilproprio rapporto (nei secoli così' discontinuo) con la comicità. Proposte ironiche se ne vedono ormai poche. D'altra parte il secolo passato è vissuto di tragedie e catastrofi: il comico va annoverato fra le catastrofi. E' inevitabilmente distruttivo. Sarebbe interessante, invece, tentare una ricognizione nei territori della comicità involontaria. Non viviamo forse un'epoca di controfigure?

2005. mondoailati

venerdì 25 novembre 2011

Due tre molte culture

Le due culture, di C. P. Snow, edito da Marsilio, è la ristampa di due interventi ormai divenuti classici, che nel 1959 e nel 1963 scossero le coscienze sonnacchiose degli accademici inglesi, per poi diffondersi su scala planetaria, di traduzione in traduzione. Il volume è completato da una serie di brevi interventi di Giulio Giorello, Giuseppe O. Longo, Piergiorgio Odifreddi, che attualizzano il dibattito ancor di più di quanto non emerga dalla semplice lettura del testo.
Nel primo intervento, trascrizione di una conferenza tenuta un paio di mesi prima nel Senato dell’Università di Cambridge, l’analisi di Snow è semplice e tagliente, non lascia scampo: “Molte volte dopo la giornata lavorativa trascorsa tra gli scienziati, la sera "evadevo" , per così dire, con qualche collega letterato. Ho avuto naturalmente, amici intimi tra gli scienziati come tra gli scrittori. Vivendo tra questi gruppi, e ancor più, penso, spostandomi regolarmente dall'uno all’altro e viceversa, mi trovai nella condizione di dovermi occupar del problema di quelle che, ancor molto prima di scriverne, battezzai fra me "due culture". Avevo infatti la costante sensazione di muovermi tra due gruppi - di pari intelligenza, di identica razza, di estrazione sociale non molto differente, di reddito pressoché uguale - che ormai non comunicano quasi più tra loro e che, quanto ad atmosfera intellettuale, morale e psicologica, avevano così poco in comune che si sarebbe creduto non di essere andati da Burlington Houise o South Kensigton a Chelsea ma di avere attraversato un oceano.”
Umanisti e scienziati vivono dunque in mondi separati, disconoscendosi e disprezzandosi gli uni con gli altri. Ma con questo atteggiamento, che si forma in pieno romanticismo e che viene mantenuto anche nel cuore del ‘900, non fanno che denunciare la propria ignoranza. E anche la propria irresponsabilità perché, secondo Snow, è proprio a causa di questo spirito di separazione che il fossato di separazione tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, si va progressivamente allargando.
Gli umanisti, secondo Snow, non hanno compreso l’enorme portata culturale e pratica della Rivoluzione Industriale. Come specifica meglio nel secondo intervento “la rivoluzione scientifica è il solo metodo in virtù del quale la maggior parte degli uomini può raggiungere cose di primaria importanza (anni di vita, libertà dalla fame, sopravvivenza dei fanciulli), quelle cose di primaria importanza che noi consideriamo ovvie e naturali, ma che in realtà abbiamo conquistato attraverso la nostra rivoluzione scientifica da tempo non poi così immemorabile”. Questo comporta, prosegue Snow, che i politici non riescono a valutare in modo corretto l’immensità del progresso che i paesi ricchi potrebbero, con il loro impegno, portare in aiuto dei paesi più poveri.
Ma Snow non divide gli umanisti-cattivi dagli scienziati-buoni. La tesi principale è che sia “pericoloso avere due culture che non possono o non sanno comunicare. In un tempo in cui la scienza determina gran parte del nostro destino, cioè se dobbiamo vivere o morire, è pericoloso nel senso più pratico. Gli scienziati possono dare cattivi consigli, e coloro cui spetta prendere decisioni non possono sapere se sono buoni o cattivi.
Ciò che colpisce degli interventi è soprattutto l’estrema lucidità con cui l’autore mette in relazione l’assenza di dialogo tra le due culture e il disagio sociale diffuso nel mondo. Disagio pratico e tangibile, misurabile in morti per fame e miseria. Dolore reale, dunque, che può essere combattuto solo attraverso la realizzazione di una vera e propria catena umana, che sappia fondere l’intervento tecnologico con la saggezza politica.
Leggendo le brevi, limpide pagine di Snow, sembra evidente che in 50 anni non siamo stati in grado di fare un solo passo in avanti.

LA SCOPERTA di un gruppo di neuroni premotori nel cervello dei macachi può avere ripercussioni sulla comprensione dell’altruismo? Secondo John Brockman, che lanciava più di quindici anni fa il sito EDGE ( www.edge.org  ) in nome della Terza Cultura, sì. Dice Brockman: «Per terza cultura intendo l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi». Ossia quegli scienziati che non vedono un divario netto tra fatti (dominio della scienza) e interpretazioni (dominio delle humanities), ma che assemblano il sapere in modo nuovo, evitando le tentazioni riduzioniste. Da anni Brockman produce libri scritti da scienziati, artisti e filosofi che cercano di fare proprio così: dire cose nuove e interessanti, senza troppi pregiudizi, sul mondo e su noi stessi. Ci prova l’editore Il Saggiatore a lanciare il dibattito in Italia con un volume collettivo, Terza cultura: idee per un futuro sostenibile, curato da Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo. Antropologi, linguisti, filosofi, giornalisti, tutti rigorosamente italiani, si cimentano con la questione. In qualche parola chiave: la terza cultura in Italia si imporrà grazie a internet, un minore analfabetismo scientifico e una più grande apertura interdisciplinare e internazionale. Ma il lettore, quando a pagina 150 ha visto ricorrere il nome di J.P. Snow un centinaio di volte, insieme a quello di Calvino e di Croce (maledetto!), comincia a provare una certa stanchezza… Dove sono le idee per un futuro sostenibile in questo elenco di lamentele sui mali italici? Qualche intervento si distingue per pragmatico ottimismo e suggerisce sul serio programmi di ricerca nuovi: per esempio, Cristina Bicchieri ci spiega come le norme sociali, tormentone di sociologi e filosofi morali, possano essere indagate empiricamente. Claudia Caffi ci accompagna in una passeggiata, dove retorica antica e linguistica contemporanea convivono felici e produttive. Don Virginio Colmegna, in un bellissimo intervento, fa proposte concrete su come aumentare l’empatia nelle città e diminuire la percezione delle differenze e imparare a fidarsi degli altri. A dir la verità, Brockman non aveva l’ambizione di discutere l’idea di J.P. Snow sulle due culture. Il divario che la Terza Cultura doveva coprire era quello tra una cultura scientifica sempre più specialistica e una deriva nelle humanitiesamericane che va sotto il nome di cultural studies. E umanisti e scienziati seri si ritrovano da sempre alleati contro quei pastiches da parolai che hanno ammutolito la cultura umanistica e fatto affondare i dipartimenti di Humanities americani. 
di Gloria Origgi, Saturno

Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo (a cura di), Terza Cultura, Il Saggiatore, 
pagg. 237, 18,00;

mercoledì 9 novembre 2011

La charte de la coopération à l'école


Della classe cooperativa a cooperativa classe Imparare e vivere in modo cooperativo

1. La scuola, dall'asilo all'università, lo scopo è lo sviluppo personale e la formazione di citoyen.Dans questa prospettiva, lo sviluppo dell'individuo e del cittadino pouvoirsréels dipendono non solo dalla natura della conoscenza ETDE know-how, ma anche come saranno étéconstruits.

2. La cittadinanza della persona in tutte le sue cittadino dimensions.Le è consapevoli dei loro diritti e doveri, la vita s'impliquedans della città e di cooperare con altri transformationsnécessaires della società.


3. La scuola deve tener conto di tali obiettivi attraverso lo sviluppo di effettiva partecipazione degli studenti in tutte le istanze di gestione e concertation.La cittadinanza deve essere costruito facendo, dal écolematernelle. L'approccio cooperativo in considerazione i bambini, adulti jeuneset come partner attivi, attività associate decisioni che li riguardano, e facendo riferimento ad un certainnombre valori come l'ascolto, rispetto per gli altri, la condivisione, aiuto reciproco, la solidarietà, responsabilità, autonomia, lacoopération, permette la costruzione.


4. I progetti collaborativi che completano e danno senso all'apprendimento e la scuola incoraggia l'interazione e quindi l'acquisizione di competenze.


5. Non può essere senza imparare valutazioni. Ladémarche cooperativa permette la creazione di una vera e propria costante valutazione formativa, in quanto si basa su contratti, stabilisce pausesméthodologiques e momenti di riflessione pratiche métacognitive.Autant cooperativa che, escludendo ogni forma di compétitionindividuelle, finalizzato al successo di tutti.


6. L'organizzazione cooperativa di apprendimento si basa su:-Un progetto di collaborazione, sviluppato con gli studenti, per soddisfare laquestion: "Come faremo a vivere, lavorare e imparare insieme?" ;- Una scheda di cooperativa, piuttosto che le parole, struttura di gestione, organo decisionale, valutazione e controllo;-L 'introduzione di gruppi flessibili promuovere l'individuazione, lasocialisation, auto-espressione, comunicazione e progetti laréalisation collettiva;- Docenti garanti degli obiettivi educativi.


7. L'organizzazione cooperativa di una scuola o una scuola basata su:- Un progetto di scuola, o dello stabilimento, coinvolgendo tutti gli studenti;- Un Consiglio dei Delegati;-Un team di insegnanti di attuazione dei principi e lesvaleurs cui si riferisce e in grado di cooperare con parentset altri partner, un file. Pertinente e coerente











De la coopérative de la classe à la classe coopérative : Apprendre et vivre coopérativement

1. L'Ecole, de la Maternelle à l'Université, a pour finalités le développement de la personne et la formation du citoyen.Dans cette perspective, l'épanouissement de la personne et les pouvoirsréels du citoyen dépendront, non seulement de la nature des savoirs etdes savoir-faire mais, également, de la façon dont ils auront étéconstruits.

2. La citoyenneté concerne la personne dans toutes ses dimensions.Le citoyen est conscient de ses droits et de ses devoirs, s'impliquedans la vie de la cité et coopère avec d'autres aux transformationsnécessaires de la société.

3. L'Ecole doit prendre en compte ces finalités, en développant la participation réelle des élèves à toutes les instances de gestion et de concertation.La citoyenneté doit se construire par la pratique, dès l'écolematernelle. La démarche coopérative considérant les enfants, les jeuneset les adultes en formation comme des partenaires actifs, associés àtoutes les décisions qui les concernent, et se référant à un certainnombre de valeurs comme l'écoute, le respect de l'autre, le partage,l'entraide, la solidarité, la responsabilité, l'autonomie, lacoopération, permet cette construction.

4. La réalisation de projets coopératifs qui finalisent et donnent du sens aux apprentissages et à l'Ecole favorise les interactions et, donc, l'acquisition des compétences.

5. Il ne peut pas y avoir d'apprentissages sans évaluations. Ladémarche coopérative permet la mise en place d'une véritable évaluation formative permanente,dans la mesure où elle s'appuie sur des contrats, instaure des pausesméthodologiques et des moments coopératifs de réflexion métacognitive.Autant de pratiques qui, en excluant toute forme de compétitionindividuelle, visent à la réussite de tous.

6. L'organisation coopérative des apprentissages prend appui sur :
-un Projet Coopératif, élaboré avec les élèves, pour répondre à laquestion : "Comment allons-nous vivre, travailler et apprendre ensemble?" ;
- un conseil de coopérative, lieu de parole, structure de gestion, instance de décision, d'évaluation et de régulation ;
-la mise en place de groupes modulables favorisant l'individuation, lasocialisation, l'expression personnelle, la communication et laréalisation collective de projets ;
- des enseignants garants des objectifs éducatifs.

7. L'organisation coopérative d'une école ou d'un établissement scolaire s'articule autour :
- d'un projet d'école, ou d'établissement, impliquant tous les élèves ;
- d'un conseil des délégués ;
-d'une équipe d'enseignants mettant en application les principes et lesvaleurs auxquels elle se réfère et capable de coopérer avec les parentset d'autres partenaires, d'une façon pertinente et cohérente.


Télécharger : La Charte de coopération à l'école