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venerdì 30 luglio 2010

didattica/lavoro

"... La cosa più interessante a proposito della didattica strettamente integrata con la “pratica” del design è che la combinazione permette di rompere veramente i ruoli giocati tradizionalmente: non c’è più una vera gerarchia ma, piuttosto, una reale piattaforma di scambio. Quando insegniamo, stiamo in realtà conducendo una ricerca in un campo del design che sta all’interno del nostro programma personale, mentre quando esercitiamo la pratica del design stiamo in realtà dando alla ricerca la migliore applicazione possibile. Il fatto di aprire questo processo a studenti e collaboratori rende la ricerca ancora più ricca e variegata. Dalla pratica continuata di questa combinazione, ci sembra ormai chiaro che quello che oggi è lo studente di qualcuno diventerà un collaboratore a livello professionale domani…. forse un giorno non lontano adotteremo anche questo approccio collaborativo! Ci rendiamo conto di quanto il modello di organizzazione istituzionale con cui tutti abbiamo avuto a che fare sia messo attualmente a dura prova da molti fatto economici e sociali. Finora la conoscenza è stata retaggio delle istituzioni a cui uno studente doveva rivolgersi e pagare per ottenere la conoscenza. Internet ha cambiato totalmente questa dinamica: sapere esatto e verificabile è liberamente distribuito ovunque sulla rete. ... …"

Luis E. Fraguada & Monika Wittig, da "Live Architecture Network. La rete come progetto di design" - di Sabina Cuccibar

LIVE ARCHITECTURE NETWORK
LA RETE COME PROGETTO DI DESIGN

Txt: Sabina Cuccibar / Img: LaN-Live Architecture Network

Il parametric o associative design si basa sull'uso di sistemi integrati di CAD/CAM (Computer-Aided Design/Computer-Aided Manufacturing) che permettono un dialogo diretto tra la macchina che modella e la macchina che fabbrica gli elementi costruttivi e di assemblaggio, generando un nuovo processo di ideazione/produzione. I tradizionali rapporti tra gli attori di questo processo cambiano: ogni progetto può essere pianificato in maniera iper-customizzata e le variabili che possono essere immesse aumentano esponenzialmente.


Di fatto, la vera innovazione che il
parametric design porta con sé non sta nelle forme e nelle estetiche che gli vengono attribuite dal senso comune ma nel riassetto di volta in volta ricombinabile dei ruoli, delle relazioni, dei percorsi e del rapporto tra essere umano e strumenti tecnologici.


Una declinazione interessante quanto fresca del potenziale CREATIVO delle pratiche legate al parametric design è rappresentato dal gruppo
LaN, Live architetture Network (Monika Wittig, Luis E. Fraguada, Shane Salisbury, CarloMaria Ciampoli, Aaron Willette). Si tratta di un network il cui cuore è costituito da giovani architetti per lo più americani e dell'Europa occidentale conosciutisi allo IaaC (Istituto di architettura avanzata della Catalogna).


LaN si occupa di svariate cose all'interno del calderone del parametric design: dalle performative installations, allo studio tridimensionale di organismi microscopici, a custom-user-interface per modelli urbani parametrici fino allo studio di modelli digitali di oggetti in grado di relazionarsi con fenomeni atmosferici, guidandoli. LaN non ha bisogno di una vera sede fisica: dirige workshop globali su
digital design e digital fabrication in architettura, interfacciandosi con università e privati.


Ho avuto modo di incontrare la prima volta uno di loro,
Luis Fraguada, durante il Design Modelling Symposium 2009 svoltosi a Berlino e da allora seguo con interesse spostamenti ed evoluzioni del loro estesissimo network.
Il progetto LaN possiede diverse valenze innovative: le ricerche che portano avanti tramite i workshop si concretizzano via via grazie a una rete globale che agisce per portare un set di tecnologie avanzate alla portata degli studenti.


Il cemento di questo progetto sta, quindi, nella rete digitale in dotazione: LaN riconosce esplicitamente il valore del capitale sociale e di quanto prevalga su quello tecnico e culturale. Un luogo come lo IaaC, dove LaN nasce e si sviluppa, deve quindi essere interpretato non unicamente come un'istituto di formazione avanzata, ma come un polo di produzione e acquisizione di network globali, sostentamento base di ogni progetto.


Il progetto LaN si sviluppa biologicamente, la rete digitale ne è la nervatura. Il percorso progettuale viene sperimentato di volta in volta nei workshop permettendo di sfruttare ogni singola energia e direzione che uno studente o collaboratore desidera prendere. Il risultato è variegato e il percorso proteiforme. Tutto contribuisce a costruire la macchina globale LaN, tesa alla parametrizzazione dell'informale e delle forze invisibili che muovono il mondo.


Sabina Cuccibar: Raccontateci come funziona la piattaforma LaN, Live architetture Network. In che modo è stato concepito il progetto dall’inizio della sua attività e come vedete l’evoluzione di Lan nel tempo?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
Il progetto LaN nasce verso la fine del 2007 da una collaborazione tra noi due, Shane Salisbury e Mariano Aries-Diezdurante durante gli studi post-laurea in “Produzione Architettonica Digitale” all’interno dell’Istituto di Architettura Avanzata della Catalogna (IaaC) a Barcellona, diretto da Marta Malé-Alemany. Marta dirigeva un affascinante programma dove le strategie collaborative tra gli individui svolgevano un ruolo cruciale nello sviluppo ed esecuzione del nostro lavoro. In questo senso, LaN aveva grandi ambizioni, sebbene all’inizio continuasse a mantenere una forma ancora troppo simile al concetto di “ufficio”. Ci volle diverso tempo per sviluppare la nostra versione di uno studio di architettura. Questo modello è in continua evoluzione ma il nostro obiettivo rimane quello di rendere i nostri progetti, le ricerche e le collaborazioni accessibili da tutti quanti vogliano esserne coinvolti.

Sabina Cuccibar: Uno degli aspetti più evidenti di LaN è la stretta connessione tra didattica e produzione. Quali ritieni siano i benefici maggiori dell’interrelazione tra queste due discipline? Pensate che sia una combinazione particolarmente necessaria in questo periodo storico?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
La cosa più interessante a proposito della didattica strettamente integrata con la “pratica” del design è che la combinazione permette di rompere veramente i ruoli giocati tradizionalmente: non c’è più una vera gerarchia ma, piuttosto, una reale piattaforma di scambio. Quando insegniamo, stiamo in realtà conducendo una ricerca in un campo del design che sta all’interno del nostro programma personale, mentre quando esercitiamo la pratica del design stiamo in realtà dando alla ricerca la migliore applicazione possibile. Il fatto di aprire questo processo a studenti e collaboratori rende la ricerca ancora più ricca e variegata. Dalla pratica continuata di questa combinazione, ci sembra ormai chiaro che quello che oggi è lo studente di qualcuno diventerà un collaboratore a livello professionale domani…. forse un giorno non lontano adotteremo anche questo approccio collaborativo!


Ci rendiamo conto di quanto il modello di organizzazione istituzionale con cui tutti abbiamo avuto a che fare sia messo attualmente a dura prova da molti fatto economici e sociali. Finora la conoscenza è stata retaggio delle istituzioni a cui uno studente doveva rivolgersi e pagare per ottenere la conoscenza. Internet ha cambiato totalmente questa dinamica: sapere esatto e verificabile è liberamente distribuito ovunque sulla rete.


La visione di
LaN, Live architetture Network va oltre lo stare a cavallo tra il mondo professionale e quello accademico, al punto di integrare completamente uno dentro l'altro. Vediamo una grande potenzialità nelle Istituzioni che hanno cominciato a farsi carico della ricerca professionale e dei programmi gestionali del design, cioè la messa a punto del cosiddetto modello RPI - CASE - http://www.case.rpi.edu/home.html)

Sabina Cuccibar: Come viene concepito il percorso di ricerca proposto in ogni workshop e quel’è la relazione tra concept e metodologia?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
Riconosciamo che la forza insita nella digital fabrication non sia nel suo mettere a disposizione un set di strumenti di alto calibro tecnico, ma piuttosto nell’essere un elemento in grado di guidare un particolare raggruppamento di risorse (un’organizzazione di elementi umani, economici e materiali) che variano e che si basano largamente sulle circostanze progettuali. Ogni workshop è pensato come un modello associativo che si forma attraverso considerazioni sugli eventi in corso, sui programmi di ricerca a lungo termine e sulle risorse locali utilizzabili.


Uno specifico
brief circa l’Architectural Response, indaga sul ruolo del design associativo, della produzione e dell’educazione in zone di emergenza. Siamo riusciti a organizzare un workshop con i collaboratori locali della Repubblica Dominicana e del Porto Rico in modo da riuscire a pilotare il modo in cui l’architettura può rispondere ai disastri. A Caracas e Rio de Janeiro stiamo collaborando a sviluppare un programma gestionale che faccia dialogare tecnologie informali e digital fabrication.


Sabina Cuccibar: La richiesta di pratiche e programmi riguardanti la digital fabrication sembrano essere in costante incremento. In quale parte del mondo la vostra attività è più richiesta e perché?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
La parola chiave di tutto questo è "accesso". Il concetto è relativo alla situazione economica di qualsiasi città o paese dove il nome della laser cutter o di una cnc machine sia già in voga o sia appena arrivato. Quando la digital fabrication viene portata in un nuovo contesto, si crea subito un senso di sfida volta ad andare oltre agli oggetti che superino quelli tipicamente prodotti negli altri contesti. I membri di LaN si ritrovano spesso in questa posizione, ed è un grande piacere. Si confrontano con persone che stanno provando queste cose davvero per la prima volta ma hanno la grinta per andare molto più lontano di quanto abbiamo letto a riguardo.


In questo momento i membri chiave di LaN sono distribuiti globalmente tra Europa e Stati Uniti. Sebbene siamo i primi a riconoscere e ad alimentare il valore del network digitale, la nostra parte “fisica”, i nostri membri locali, influenzano ancora considerevolmente il luogo in cui le attività si generano. Dimostrazione ne è il fatto che la maggioranza dei nostri eventi finora ha avuto luogo tra Europa e Stati Uniti. In ogni modo, le relazioni digitali di cui LaN si avvale, a turno, ci hanno portato a viaggiare per i nostri eventi via via sempre di più in diverse
locations: America del Sud, i Caraibi, il Canada, il Middle East e l’Asia. Lo IaaC e il suo essere uno dei più diversificati programmi che esistano in termini di nazionalità dei suoi studenti, si sono sicuramente dimostrati una forza motrice in termini di accounting delle nostre relazioni internazionali. Questa affermazione dovrebbe incoraggiare i futuri laureati a capire l'ampia e crescente varietà di aspetti da valutare nello scegliere un programma post laurea che sia appropriato alle proprie ambizioni!


Per LaN, quindi, il network IaaC è stato decisamente strumentale al suo sviluppo di studio altamente mobile e variegato. Grazie al nostro network IaaC abbiamo potuto legarci professionalmente con la Turchia, il Venezuela, la Repubblica Dominicana, il Messico, la Colombia, l’Ecuador, Mexico City….

Sabina Cuccibar: Ciascun progetto LaN sembra essere una collaborazione coordinata tra un network di professionisti ben strutturato. Ogni attore da il suo specifico contributo al tutto. Considerando questo aspetto nel frame generale del processo progettuale che caratterizza la digital fabrication, quale pensi che diventi l’importanza della specializzazione individuale?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
Questa domanda tira fuori due diverse tematiche: diversità e processo. In ogni popolazione (sia umana, batterica, vegetale, ecc.) la diversità è garanzia di successo. Pretendere che noi in LaN possiamo coprire tutti i passaggi di ciò a cui vogliamo arrivare in un progetto sarebbe decisamente lontano dalla realtà. Noi andiamo alla sorgente. Noi cerchiamo persone (o le persone trovano noi) che siano intimamente e appassionatamente coinvolte nel loro lavoro. Non si fanno discriminazioni di sorta: dai biologi cellulari, tree-doctors, scienziati neurologici, qualsiasi testa coinvolta è una sorgente. Questo ci porta alla seconda tematica: il processo.


Molti dei temi che affrontiamo durante un workshop non possiedono un percorso chiaro. La mappa finale del percorso intrapreso assomiglia più alla struttura delle radici di un albero che a una linea che va dal punto A al punto B, semplicemente perché esistono moltissime strade per raggiungere uno stesso punto. La ricchezza del processo è qualcosa che semplicemente non può essere sostenuta senza l
’input dei diversi individui. Noi ricerchiamo le persone semplicemente perché senza di loro non potremmo essere soddisfatti della nostra indagine. Allo stesso modo e per le stesse ragioni, le persone cercano noi.


Sabina Cuccibar:
Dato l’ampio raggio di ambiti progettuali che LaN approccia, qual’è un progetto che vi è particolarmente caro?


Luis E. Fraguada & Monika Wittig:
Per LaN, uno dei progetti che continua ad avere una certa eco su molti nostri lavori è il progetto Wind[ow] Seat per l’aeroporto internazionale di Denver. Il progetto risale agli albori di LaN e non è mai stato legato a nessun workshop o pratica didattica, eppure noi siamo convinti che molti dei caratteri del progetto abbiano fornito un imprinting al modo di essere di LaN. Il progetto è il risultato di un concorso localizzato a Denver, che riguardava un’installazione artistica in uno spazio di circa sette chilometri fuori dall’aeroporto internazionale. Il vasto lotto ci risultò a primo acchito abbastanza insipido: in realtà, soffermandoci sul posto, l’esperienza fu tutt’altro che statica! Un’incredibile quantità di vento attraversava il sito, in sé così piatto e brullo.

Il Colorado possiede qualcosa come i più attivi corridoio ventosi d’America, oltre a un’incredibile organo di ricerca sponsorizzato dal governo nazionale tramite al quale è possibile accedere ai dati relativi al vento. L’accesso a questi dati ci ha permesso di capire l’effetto del vento sul sito attraverso simulazioni digitali. Il vento è diventato il media principale del progetto, non solo come elemento di identità, ma come elemento in grado di guidare la precisione del design. Al termine del lavoro, il progetto consisteva in una semplice striscia di tessuto distribuita lungo il sito in modo da rappresentare le spettacolari forze che hanno luogo in quell’area. Anche se vincemmo l’incarico, in maniera deludente il progetto si perse nei meandri dei processi dell’arte pubblica e non venne mai realizzato.


Nonostante questo, l’impatto della parametrizzazione di forze invisibili ha continuato a influenzare il lavoro di LaN manifestandosi in molti altri progetti, inclusa una tesi di laurea per la Montana University nella quale i dati relativi al vento hanno guidato la generazione di cumuli di neve organizzandoli secondo un costrutto architettonico.

http://www.livearchitecture.net/

http://www.iaac.net

http://www.design-modelling-symposium.de

lunedì 14 giugno 2010

i «chiacchieroni» e i lavoratori

Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 18:55
I «CHIACCHIERONI»

Ci sono, nel nostro paese, i «chiacchieroni» e i lavoratori.
Il lavoratore si mette subito al lavoro. Ed è nel suo
lavoro, attraverso e per il lavoro, che riflette, apprende,
giudica, sente e ama.
Il «chiacchierone» prima di tutto parla. La superiorità
che il lavoratore domanda alla sua ingegnosità e alla
sua tenacia, il chiacchierone pretende di trarla
dall'abilità che ha di manovrare le parole e di aggiustare
le norme in un intrico di regole e di teorie di cui egli
è il sommo sacerdote; è quello che egli chiama pretenziosamente
la «logica» e la «filosofia».
Voi imparate ad andare in bicicletta come hanno imparato
e imparano tutti gli uomini, i «chiacchieroni» vi
spiegheranno che questo è un errore: non bisogna forse
prima conoscere le leggi dell' equilibrio e le esigenze della
meccanica? Essi però non sanno andare in bicicletta!
Se osassero, vi dimostrerebbero che avete torto a lasciar
parlare i vostri bebè in modo così poco scientifico
e vi insegnerebbero, per giorni e giorni, le leggi ineluttabili
del vero linguaggio.
Ma i vostri bambini sarebbero muti!
Questi stessi chiacchieroni ci hanno convinti della
necessità di iniziare l'espressione scritta dallo studio
metodico della grammatica e di procedere gradualmente:
dalla parola alla frase, dalla frase al paragrafo,
poi al testo completo.
Essi conoscono la grammatica, ma hanno perso il
dono dello scritto vivo e suggestivo.
Ci decantano anche, con un'impudenza che non ha
riscontro se non nella nostra credulità, la virtù del lavoro
e il fascino bucolico dei lavori campestri; il loro
ruolo non è di lavorare ma di parlare. Ed è in una sala
quieta che essi spiegano con scienza e logica come si lavora
e quello che ci dicono i solchi tracciati di fresco e
le file di pioppi piangenti in autunno, le lacrime d'oro
delle loro foglie oscillanti.
Ma essi non sanno lavorare!
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il mio allievo lavoratore
Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 18:56

lo non ho nulla da dire al mio allievo-lavoratore se
non le parole indispensabili per dare, al momento giusto,
i consigli pratici o i gesti attesi e i sentimenti intimi
che si traducono in un movimento, in uno sguardo o in
un silenzio.
Ma il mio uomo crescerà a quella filosofia che è il ri-
'sultato della scienza, della logica e del lavoro.
Ed egli sa lavorare!

ALLINEAMENTO SULLA VITA E IL LAVORO
«L'insegnamento dei tardivi» dice Dottrens, l'eccellente
pedagogista svizzero, «ha permesso di perfezionare
certi metodi pedagogici e, qualche volta, addirittura
di trasformarli».
Non si rammenta forse in tutti i trattati d'Educazione
Nuova che Itard e Seguin fondarono le loro osservazioni
sui tardivi; che la Montessori e il dottor Decroly si
occuparono, originalmente, dell'educazione degli anormali
e che le loro scoperte e il loro materittle che hanno
senza dubbi contrassegnato la pedagogia internazionale,
erano da principio destinati a questo grado speciale
d'insegnamento?

Dobbiamo compiacerci senza riserve di questa origine
e di questa tendenza di una parte importante della
nuova educazione contemporanea?
Ne abbiamo guadagnato, certamente, l'insegnamento
su misura, la necessità dell'interesse personale senza
il quale non vibra alcuna fibra dell'essere amorfo,
l'individualizzazione dell'insegnamento che permette a
ogni allievo di dare ciò che può, la materializzazione e
la sperimentazione che correggono, poco a poco,
l'intellettualizzazione a oltranza che ci affligge: tutte
conquiste di cui noi non apprezzeremo mai abbastanza
la portata nel processo di modernizzazione pedagogico.
Ma non si correrebbero anche dei gravi pericoli ad
allinearci così senza riserve, sull'educazione degli anormali,
e non sarebbe tempo di reagire per realizzare una
pedagogia più naturale e più umana?
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3 pericoli essenziali
Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 18:58

Oggi elencherò tre di questi pericoli essenziali:

1° La pedagogia degli anormali ci insegna a procedere
prudentemente, passo passo, nella via della
comprensione, della acquisizione e dell'azione. Essa dimentica
che ci sono individui atti a salire le scale quattro
a quattro e che, d'un balzo, arrivano alla sommità, e
per i quali è terribilmente snervante e a volte debilitante,
segnare il passo.

2° La pedagogia degli anormali ha valorizzato l'insegnamento
concreto e la sperimentazione, ma anche il
materiale didattico e i giochi. In questo dominio noi assistiamo
a un vero regresso che, sotto l'etichetta del progresso,
limita gli slanci e le audacie.

3° Il dottor Decroly ha messo in valore la necessità
dell'osservazione minuziosa, pezzo a pezzo, briciola a
briciola. Riesce molto bene agli anormali, ma trascura
completamente quell'altra osservazione che agisce secondo
altri processi sintetici, per mezzo dei sensi e con
possibilità talvolta ancora misteriose, quell'osservazione
che si fa in un lampo, che vede, in un colpo d'occhio,
ciò che ore di osservazione guidata non saprebbero far
scoprire.

Si è detto troppo: «Allineamento sui tardivi!»... Se
dicessimo: «Allineamento sulla vita e sul lavoro»?

IL TRE NON VIENE PER FORZA DOPO IL DUE
Due e due non fanno sempre quattro. Il tre non viene
per forza dopo il due. Il bambino può benissimo arrivare
alla sommità della scala senza salire metodicamente
gradino per gradino; e io sono capace di dirvi,
senza contarne le teste, se nel mio gregge manca una
pecora.
Voi levate le braccia al cielo: tali affermazioni del
tutto empiriche contraddicono e rovesciano tutta la pedagogia
matematica, apparentemente scientifica. Che
avverrà, quando proveremo, coi fatti, che si può imparare
a leggere senza aver mai studiato gli elementi che
compongono le parole e le frasi; che certi problemi
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Capaci di stupirvi
Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 19:00

complessi sono solubili attraverso vie diverse da quelle
troppo graduate, previste dai vostri libri; che i nostri
bambini sono capaci di dipingere un quadro commovente
senza aver seguito quei corsi che avevano, fino a
oggi, il monopolio della preparazione all'arte; che sono
capaci di stupirvi, col loro senso poetico, anche prima
di conoscere una sola regola di grammatica, d'ortografia
o di metrica?
Se questo è vero, ed è vero, è perché esistono, per la
conoscenza e la cultura, strade diverse da quelle che insegna
e segue la scuola. All' entrata di queste strade i falsi
sapienti avevano posto una grande scritta rossa: «Vietato
ai maestri». Noi abbiamo scostato il cartello ed
esplorato con successo le strade possibili verso le cime
agognate.
Quando eravamo piccoli, la sera sognavamo una
grande magica scala i cui pioli si susseguivano gli uni
agli altri fino a giungere al cielo, ed ecco che gli uomini,
imitando gli uccelli, hanno abbandonato l'ascesa
metodica per lanciarsi verso l'azzurro
Anche noi prendiamo lo slancio verso la vita: se il
bambino si interessa e si appassiona alla propria cultura,
se «vuole» creare, istruirsi, arricchirsi, vi riuscirà
forse percorrendo vie illogiche o di contrabbando, ma
in tempo di primato e con una sicurezza e una pienezza
che ci sorprenderanno.
Tutto sta nel ritrovare quello slancio, quella vita,
quel furore di volere che è pur nella natura del nostro
essere. Se noi ci riusciremo nelle nostre classi, saranno
risolti tutti i problemi accessori.
Potremo allora abbandonare la scala metodica e
spiccare il volo.
esercizi per sapere

DUE E DUE NON FA SEMPRE QUATTRO
Ai miei tempi due più due faceva quattro; ripetevamo
cantilenando la lista delle sottoprefetture, recitavamo
la tavola pitagorica avanti e indietro e affrontavamo
la strategia delle guerre di Luigi XIV e Napoleone.
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Uccidersi a vicenda
Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 19:01

Bando al sentimento, ci dicevano. La scienza è impassibile
e impersonale; studiatela e sarete uomini.
Sì, degli uomini che sono andati a uccidersi a vicen-
da come bestie sulla Marna e sulla linea Maginot e che
preparano delle nuove Hiroshima.
Ma ecco: due e due non fa più quattro; le sottoprefet-
ture sono ormai senza funzione; la macchina calcola
meglio e più rapidamente dell'uomo in avanti, indietro
lateralmente; le guerre moderne hanno eclissato gli
eroi in trine di «Signori inglesi tirate per primi!».
Oggi la radio non si nutre affatto di problemi matematici
ma di canzoni, di cori e di musica, e gli uomini
le donne vanno al cinema per ridere e piangere come
per dimostrare a loro stessi che al di là della catena mec-
canica della scuola, dell'ufficio, e dell' officina, essi re-
stano uomini e donne e non per quello che essi cono-
scono ma per quello che vivono nella carne, nello spiri-
to, e nel sangue.
Senza dubbio essi hanno ragione; la scienza co-
struisce dei robot che, in quattro e quattr'otto, calcolano
a una velocità vertiginosa e sono capaci di abbassa-
re le leve a comando e di seminare la morte al di là dei
mari. Tuttavia la scienza non è ancora arrivata a realiz-
zare l'uomo che pensa non per mezzo di fili e ingranag-
gi, ma col suo essere sensibile che è capace di marcare
il suo sigillo il destino dei robot.
Ed è questo essere sensibile che noi dobbiamo edu-
care non soltanto a creare e ad animare robot ma anche
l dominarli e ad asservirli, per esaltare gli elementi di
coscienza e di umanità che sono la grandezza e la ra-
gion d'essere dell'Uomo.

FATE SALTARE I RULLI
Siamo franchi: se si lasciasse ai pedagogisti la cura
esclusiva di istruire i ragazzi sull'uso della bicicletta
non avremmo molti ciclisti.
In effetti bisognerebbe, prima d'inforcare il veloci-
pede, conoscerlo, dettagliarne i pezzi che lo compongono
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La bicicletta
Inserito da webeditor il Gio, 24/01/2008 - 19:02

e aver fatto con successo numerosi esercizi sui principi
meccanici della trasmissione e dell'equilibrio.
Dopo, ma soltanto dopo, il bambino sarà autorizzato
a salire sulla bicicletta. Oh, siate tranquilli! Non lo si
lancerà sconsideratamente su un percorso difficile dove
potesse rischiare di ferire i passanti. I pedagogisti
avranno messo a punto buone biciclette da studio,
montate su rulli giranti a vuoto sui quali il bambino imparerebbe
senza rischio a tenersi in sella e a pedalare.
E solo quando lo scolaro sapesse montare in bicicletta
lo si lascerebbe andare liberamente sul suo mezzo
meccanico.
Fortunatamente i bambini sventano in anticipo i
progetti troppo prudenti e troppo metodici dei pedagogisti;
scoprono in un granaio un ferro vecchio senza
pneumatici né freni e, di nascosto, imparano in pochi
minuti ad andare in bicicletta come, d'altra parte, imparano
tutti i bambini senza conoscenza di regole né di
principi: afferrano la macchina, l'orientano verso la discesa
e vanno ad atterrare contro una scarpata. Ricominciano
ostinatamente e, a tempo di primato, sanno
andare in bicicletta. L'esercizio farà il resto.
Quando in seguito, per correre meglio, dovranno
riparare un pneumatico, aggiustare un raggio o rimpiazzare
la catena. allora vorranno sapere dai compagni,
dai libri o dal maestro, ciò che voi cercate inutilmente
di inculcare loro.
All'origine di ogni conquista c'è, non la conoscenza,
che non nasce normalmente che in funzione delle necessità
della vita, ma l'esperienza, l'esercizio e il lavoro.
Fate dunque saltare i rulli e inforcate la bicicletta!

LA NOZIONE DI VELOCITÀ
I maestri sono ancora, nelle loro classi XIX secolo,
come quei contadini che, cinquant'anni fa, vedevano
passare sulle strade tranquille dei loro villaggi le prime
automobili scoppiettanti e impolverate:
«Che cosa! Andare così in fretta!... come se non ....
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