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lunedì 21 dicembre 2009

La tempesta perfetta

A mo' di premessa

Ogni dieci anni circa, e spesso a mia insaputa, riprendo in un romanzo un tema che già in passato avevo trattato e, curiosamente, me ne accorgo solo quando il romanzo è terminato.
È così che ho utilizzato più volte in varie età - quindi da un punto di vista differente - il tema della coppia, dell'isolamento, della solitudine, dell'incomunicabilità, del padre e del figlio, del decadimento, della paura...
Oggi che ho sessantacinque anni e che mi vengono poste delle domande riguardanti tutte più o meno la paura, rimpiango solo di non potervi rispondere sotto forma di romanzo, la sola che mi sia familiare, poiché non sono molto abile nel precisare le mie idee.
(L'unica mia passione è stata la paura)
Ma saranno poi idee? Direi piuttosto le mie intuizioni. Credo, sento, che il primo sentimento dell' animale umano, come quello degli altri animali, quello che persiste con più forza, che genera forse tutti gli altri, è la paura. Una paura quasi mistica dapprima, quella che provavo, all'età di quattro o cinque anni, quando vedevo il sole declinare e il paesaggio immergersi poco a poco in una luce fredda, minacciosa, come se il sole non avesse dovuto riapparire mai più.
Ho visto di volta in volta i miei quattro figli provare questo malessere e ho potuto osservarlo più tardi presso gli animali, i cani, le galline e i galli, pietrificati sul trespolo.
Non è forse in questo fenomeno che si potrebbe trovare la ragion d'essere della coppia, più ancora che nell'istinto di riproduzione?
correlato http://www.youtube.com/watch?v=zFkhQ4vQvgI

Gli ingegneri le macchine le persone

2009/12/la-tempesta-perfetta.html
domanda d'esame
Dal tempo di Una macchina per scrivere poesia (Roma 1995)
Il genio della lampada La lampada è arrivata a fine vita. Per favore sostituire la lampada.
dev'essere chiaro che quel che l'ingegnere ci fa dire dalla macchina è testo a tutto tondo, non solo iscrizione e istruzione - dico io all'esame.


fig.1
sopra, nel web, totò
sotto, la striscia di testo

domenica 22 novembre 2009

Se l'arte è lunga


Consejos, Antonio Machado Y si la vida es corta

Erano quelli i giorni in cui si trovava a fare un bilancio della sua vita. Ma un bilancio della sua vita implicava automaticamente un bilancio del suo lavoro. Quale era stato fino ad allora? Che cosa aveva fatto? Che cosa aveva costruito? Cosa avrebbe fatto d'ora in avanti?
L'analisi si complicava perché veniva continuamente sporcata dalla sua capillare e antica insicurezza che l'aveva portato a preferire una non-formazione autodidatta - e come si sa l'autodidatta è colui che più di tutti dubita spesso della sua intelligenza. La sua insicurezza l'aveva spinto dunque su una strada che produceva insicurezza. La premessa del bilancio aveva tutta l'aria di essere un vicolo cieco, insomma.

Sapeva, certo, che erano stati l'educazione, il "vissuto" traumatico a determinare le sue scelte, a decidere per così dire il suo destino di sbandato professionale. Ma sapeva anche - forse perché lo rintracciava nel suo sé più profondo e più vero - che ogni volta, ciò che da lì (da quel profondo) aveva urlato con tutta la sua forza, era quell'esigenza-urgenza di "non morire senza aver amato tutto". Poteva consacrarsi a qualcosa in particolare e lasciarsi sfuggire tutto - tutto il resto?
E certo non bastarono concetti forti come "per essere utili e impiegabili bisogna poter essere individuati" o come "si deve sempre saper fare qualcosa", per convincerlo ad applicarsi in una sola cosa nella vita. "La vera perizia si ottiene con la dedizione esclusiva e durevole" sentiva dire dappertutto. No, si era subito allontanato da quella strada e ne era naturalmente lontanissimo, ora.

Non si era trattato di un semplice capriccio. Era proprio una vocazione la sua. Una vocazione al suicidio, pensava ora - un suicidio sociale.
Adesso cosa poteva fare per rimediare?
Ma non era quella la domanda giusta e non si trattava di rimediare: era convinto di questo. Allora che cos'era il turbamento che lo possedeva?
Eppure aveva lavorato sodo tutti quegli anni: non era mai stato con le mani in mano. Aveva investito partendo dal nulla - da nessuna formazione specifica, cioè - in un'azienda, la sua. Una piccola casa editrice nel settore delle nuove forme di comunicazione all'alba della rivoluzione comunicativa. Aveva costruito solidi rapporti, prodotto progetti.

Nella sua azienda aveva fatto di tutto: le pulizie, il segretario di se stesso, l'amministratore, il fund raiser, il manager d'azienda, il tecnico, il datore di lavoro, il selezionatore del personale, il creativo, il progettista, il controllore di qualità, ... Molte delle sue energie le aveva inoltre investite nel tentativo di scardinare il concetto di committenza. Tutto il processo, e alcuni segnali di innovazione del processo produttivo della comunicazione, l'aveva nelle sue mani, nella sua memoria, nella sua coscienza, insomma, e ancora più giù: nel suo inconscio, nel suo midollo, nelle sue cellule.
Poi, la crisi dopo l'ucita coatta dalla sua società. I forti contrasti con il socio acquisito non seppe risolverli in altro modo che andandosene.
E sì che le carte della ragionevolezza era sicuro di averle giocate fino alla fine, ma l'arte della guerra: quella che risulta necessaria quando esistono gli interessi economici, ecco, proprio quella, aveva deciso di non impararla. Aveva scoperto con l'occasione quanto fossero estranei alla sua natura il risentimento, l'odio, la vendetta, la determinazione che occorrono per combattere e vincere su qualcuno. Aveva imparato per differenza/esclusione l'arte stramba di non combattere per i propri interessi particolari. Certo, lottare per conservare quello spazio di edizione e pubblicazione indipendenti, non sarebbe stato propriamente combattere soltanto per i propri interessi: ma che traccia si sarebbe lasciata, dietro, quella lotta? e quanta energia si sarebbe sprecata?
Questa astensione e questa sottrazione allo scontro, l'avevano messo del tutto fuori gioco: si trovava ora nella società del profitto del terzo millennio, competitiva e iperprofessionalizzata - almeno sulla carta - subumanizzata, cinica, che doveva passarlo al vaglio: considerare, esaminare, selezionare, e nella maggior parte dei casi rifiutare perchè non possedeva patenti europee, lauree, diplomi di corsi di formazione riconosciuti dalla regione - le carte giuste, insomma. Il suo curriculum non valeva niente, la sua formazione sul campo, inimpiegabile. Quasi quasi stava per crederci anche lui. Al punto, che quando gli capitò un annuncio di lavoro per la ricerca e l'inserimento di dati in un database, solo per quel tropicalissimo mese d'agosto pieno di mille bolle del deserto che scoppiavano sulla città, pur di ottenerlo - per provare a se stesso e al mondo che era "impiegabile" - e non potendo contare sulla forza del suo curriculum, debole anche per un lavoro simile - accettò di farsi sottopagare.
Quel mese di lavoro da sottopagato e angariato gli restituì per la verità un pò di sicurezza in se stesso.
Non avrebbe mai più accettato di assumere la visione che tutti sembravano avere della sua storia professionale.
In quel mese di lavoro aveva colto con una chiarezza rara, che mai avrebbe potuto lavorare otto ore al giorno, e per di più in un (e per un) processo produttivo del quale non condivideva gli obiettivi. Il prodotto e il processo produttivo dovevano essere eticamente sostenibili, perchè lui potesse lavorarvici.
Questa affermazione gli dava insieme coraggio e disperazione. Sarebbe stato difficilissimo trovare un impiego che rispondesse a quei requisiti e del resto non poteva abdicare alla sua vita cercando di sanare il dissidio tra questa e il lavoro. Per lui non potevano essere separati il momento del lavoro e il momento della vita. Vivere per lui era sempre stato lavorare per qualcosa in cui potesse credere e che rendesse la sua vita quotidiana, quella fatta di ore e minuti, possibile, vivibile e degna di essere vissuta.
Quando provava ad esprimere questo suo particolare punto di vista, subito si sentiva strano, assurdo, iperbolico, malato di tannerismo. Allora chiudeva la bocca di colpo, ricacciato nella sua obbligata solitudine e nel suo sicuro smarrimento.
Era certo, perciò, che se non voleva mentire ritoccando il suo curriculum - e NON l'avrebbe fatto mai - doveva di nuovo rimettersi in gioco e reinventare un altro lavoro. Come aveva fatto in passato.
Cercare un' occupazione nel panorama dell'esistente - così defintivamente compromesso e autofagocitante era il mondo lavorativo, ormai - gli avrebbe tolto l'unica vera ricchezza che ancora gli restava: la sua interezza.
Doveva ricominciare da zero, e subito anche, e da solo, per giunta, e contro tutti, sembrava.
Aveva un disperato bisogno di interlocutori, invece, aveva bisogno di trovare casi simili al suo. Non accettava di sentirsi solo contro tutti. Anche fosse in un altro angolo del mondo, voleva sentirsi sicuro di non essere il solo a intraprendere la battaglia per ridare dignità alla vita e al lavoro.
Una volta si era già appassionato dei mestieri: mestieri antichi che sparivano e nuovi che facevano la loro prima apparizione. L'aveva fatto per la striscia televisiva che stava sperimentando in una emittente locale. La sua indagine s'era spinta anche fino alla regione ancora inesplorata del no-profit che lo stimolava e gli restituiva un po' di fiducia nel mondo. Ma aveva appena cominciato ad afferrare alcune questioni nodali quando la mancanza di interlocutori seri e la sfuggevolezza di alcuni personaggi chiave, insieme ad alcune circostanze di vita vera reale, lo distolsero dal proseguire l'indagine.
Sapeva che il terzo settore, il lavoro che non c'è, il lavoro etico, rimasto per lui ancora un campo inesplorato, si era depositato in lui come un sedimento non del tutto limpido sul quale, non potendo sospendere il giudizio in attesa di completare l'indagine, aveva steso una sorta di pseudo-sospetto: che fosse l'ultima spiaggia degli emarginati della terra, il rifugio di coloro che erano stati "rifiutati" dal sistema "profittevole", e che questi fossero oltretutto le vittime di un enorme raggiro, di un ennesimo sfruttamento: una nuova fetta di mercato da nutrire, conquistare e infine da spremere.
Aveva bisogno ora di completare la sua visione: voleva capire se si trovava di fronte alla vera e sana - non-dialettica e non-ideologica - alternativa alle leggi del mercato oppure a una mistificazione che dall'alto veniva comunque fatta rifluire nelle logiche compromissorie e compromesse del profitto.
Quali potevano essere perciò i suoi interlocutori? Intellettuali puri, veri studiosi di economia non prezzolati, ... chi altri?
Ma non voleva correre il rischio di fare ideologie. Cosa voleva, allora? Sembrava a tutti gli effetti un programma raffinatissimo di autoemarginazione, il suo. Oppure una di quelle finissime, fragilissime e solidissime costruzioni dell'intelletto o dello spirito che hanno il compito di fissare talmente in alto l'obiettivo da giustificare un'intera vita consacrata a una lotta sublime.
E che cosa ci sarebbe di male, in questo? che si tratterebbe di una finzione? invece quella di sforzarsi a trovare un ruolo nel sistema di produzione che ha come obiettivo il profitto e che crea bisogni e promuove i consumi/iperconsumi, e dunque sforna addicted (sì, preferisco il vocabolo inglese), drogati, senza cui del resto tutto il sistema crollerebbe; non sarebbe (non è) anche questa, soprattutto questa, una finzione?

Sabe esperar, aguarda que la marea fluya
—así en la costa un barco— sin que al partir te inquiete.
Todo el que aguarda sabe que la victoria es suya;
porque la vida es larga y el arte es un juguete.

Y si la vida es corta
y no llega la mar a tu galera,
aguarda sin partir y siempre espera,
que el arte es largo y, además, no importa.

Requiem per una comunicazione mediata dalla macchina.



81, 4-Dic-94, 11:45, Anchorman, People, *, 2497
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Requiem per una comunicazione mediata dalla macchina.
JLGodard, i francesi sono degli idioti anche soltanto perche' si appassionano ai dibattiti
Se le parole non traducono cio' che sta dietro alla mia bocca, io non faccio nulla perche' esse escano.
Impedisco il "comunque", l'"ogni caso", il "vada come vada".
Mi ostino all'esatta rispondenza tra il pensato e il detto, tra il "sentito" e il detto (del resto, anche all'esattezza del sentire e del pensare).

Opero la contrazione della comunicazione: non esiste parola che traduca. Manco di parola, e il pensato e sentito sono un libro non scritto.
Rifiuto l'azione di traduzione: impedisco alle mie parole di comunicare. Quando "devo" (in ogni momento, cioe'): balbetto. Non prendo gusto al "farsi" del pensiero mentre la parola parla. La parola non ha piu' vita propria, non evoca, non suggerisce, non "segna".
Non accetto di chiedere la complicita' dell'altro: "Capisci?, Intendi?". L'operazione di traduzione e creazione di pensiero, mi vede sola.
La comunicazione mediata dal calcolatore (CMC) crea l'illusione (parola scadente) di schermarsi attraverso la scrittura (scrittura schermica). Io posso rispondere o non-rispondere, e comunque "prendere tempo" per rispondere. E la risposta - quando verra' - e' meditata, provata, controllata, studiata, curata, limata, tolta da eccessi umorali, smorzata, o caricata, sottolineata, MARCATA, calibrata (anche l'eccesso e' calibrato). Ho modo di pensare se intervenire cautamente o leggittimare l' "accesso" di rabbia, di dispetto di entusiasmo (non c'e' spazio per l'effusione verbale!). Posso "guidare" la comunicazione.
Io accetto ed insieme respingo l'opportunita'.
Cosi', ora la comunicazione verbale mi irrigidisce (finalmente la mediazione della scrittura!): non fluisco piu' attraverso la parola detta, mi "controllo" anche quando parlo. L'altro supplica con lo sguardo le mie parole abortite e la supplica mi irrigidisce di piu' - se possibile: le mie parole non ne sono degne.
ESC, (F)ine, Sc(r)ivi, (*), (C)ancella. Abortito per sempre.

La Rivoluzione comunicativa (cmc), "attenta" al discorso verbale, si appella al "poi ti scrivo", rimanda la comunicazione ad altri momenti, al momento in cui la potro' "curare" e curarmi dell'interlocutore, curare la "qualita' " della comunicazione. Il discorso si schianta sul marciapiede, allora, o rimane conficcato nelle pupille del "supplice" ancora a meta', se non addirittura all'inizio.
Al colmo - per vendetta del discorso verbale - nego anche la comunicazione mediata dalla scrittura.
La tragedia e' consumata.

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