Silvia Redente
Non si è mai abbastanza
Senza permesso di Cetta Petrollo, Stampa Alternativa – 2007
Senza permesso e senza ragioni. Da un incontro nasce la scrittura di un testo illeggibile. Cetta Petrollo usa una lingua di transizione, tra analogie e spostamenti di senso. Trasloco da un appartamento senza porte né finestre, in cui l’autrice ha soggiornato, così sembra, per un’estate senza sorriso.
Né può sorridere il lettore, a meno che non si tratti del sorriso beffardo a se stesso di impronta pirandelliana, perché non c’è lettore che regga ed ingerisca il lessico de-potenzializzato di un diario che infine è anonimo. È anonima la scrittura disperata di una donna senza storia, stretta nel suo mondo de-personalizzato e automatico, incapace di arrivare ad un altro che abbia da ripagare il suo viaggio.
Un altro, unico altro possibile e ipotizzabile, è il testo senza discorso, refuso di un’inattualità reale e trasmessa da un significato che si stacca dal significante, finché è la carta ad assumere la supremazia del senso. In questa direzione prende forma il libro, come una incombenza da sopportare, da portare sopra o sotto la lettura, nel suo gesto effimero.
Come in una grande occasione, la lettura è libera dalla forza del significato ultimo. Nessuno lo vuole, né lo cerca, un significato ultimo, in Senza permesso di Cetta Petrollo. Nascondere il testo è il primo tratto istintivo, ma esporre al pubblico il non detto del libro può esser fatto dall’atto del mostrare che è già stato dato nell’impossibilità della lettura. La ricerca di una territorialità è tensione verso la destituzione del luogo sensitivo che è il corpo della parola. Dischiudendosi nei frammenti di un diario mai esistito, ma realizzato virtualmente, la parola diventa romanzesca, avventura di un voto fatto alla lettura e alla lettera di per sé. Dall’altro lato si muove la retorica di un egoismo del senso compiuto, che nel genere diaristico si costituisce come suicidio della forma scritta. Non c’è orientamento, né rapporti che si istituiscano come identitari. La badante rumena non ha un volto né un vero nome, la sua unità non è reale.
La lotta della scrittura resta così già morta tra le pareti di una norma data per imposizione che si conclude nella rinascita dell’immaterialità di una semi-grammatica e di un’anti-sintassi. Ci si sgretola addosso, il senso. Che sia il viaggio di un’eroina immaginaria o conosciuta, esso è finto a se stesso prima che al suo testo, corsa spietata perché senza avversari nella sua mancanza continua.
Coagula nella scrittura il testo umano, privo di dichiarazioni estreme, finali, enigmatiche, insieme con le giornate di Silvia, la protagonista-narratrice senza ritorno, tra le righe degli spazi di un senso intraducibile. È ignorante, questo senso. È analfabeta, rotola sul desiderio senza parole di vita e morte. È sempre, in ogni pagina, fatto per una avventura terrena, cemento da colare negli stampi dei personaggi, attori senza macchia perché già morti nell’inchiostro dei fogli. Senza permesso appare un biglietto di invito alla ricerca di un luogo che si attraversa senza far rumore nel linguaggio senza tempo.