martedì 9 marzo 2010

MWB Barthes

Struttura dello strutturalismo: Barthes definibile attraverso gli alleati e i nemici, il tessuto intertestuale delle citazioni reciproche. Lanciate la vostra moda, altrimenti sarete fuori moda: a Julia Kristeva dobbiamo Bachtin, a Lévi-Strauss dobbiamo Propp. Dobbiamo a Barthes un certo rilancio di Saussure in direzione di Hjelmslev e Peirce?)


Il mezzo secolo che divide Barthes da Saussure è esattamente quel mezzo secolo in cui l’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa (stampa a colori, cinema sonoro, radio e discografia, televisione) lancia sulla ribalta del consumo la cultura di massa (moda, pubblicità e quant’altro).
Barthes decide velocemente che la società dei consumi non solo è necessariamente mitopoietica (fabbrica merci ma anche i racconti e le significazioni ad esse immediatamente connesse) ma che questi messaggi hanno tutti la caratteristica di fondarsi su quel fenomeno di “sganciamento” che Hjelmslev chiama una semiotica connotativa.

“Quando leggiamo il giornale, quando andiamo al cinema, quando guardiamo la televisione e ascoltiamo la radio, quando sfioriamo con lo sguardo l’imballaggio del prodotto che acquistiamo, possiamo essere più o meno certi di recepire e di percepire unicamente dei messaggi connotati. Senza decidere per il momento se la connotazione sia un fenomeno antropologico (comune, in modi diversi, a tutte le storie e a tutte le società), possiamo dire di trovarci, noi uomini del ventesimo secolo, in una civiltà della connotazione
(Barthes 1985 : 29).

L’uomo moderno, l’uomo delle città passa il tempo a leggere. Legge innanzitutto e soprattutto immagini, gesti, comportamenti” (idem : 33). La semiologia è la scienza di questi messaggi sociali e culturali, scienza delle “informazioni secondarie” (le connotazioni), trattamento di tutto ciò che è teatro nel mondo “dall’apparato eclessiastico alla pettinatura dei Beatles” (ibidem).
Il principio di classificazione di questi fatti eterocliti che si danno alla “lettura” è la significazione: il senso è la nuova qualità del fatto sociale prevista dalla semiologia.
“Se gli obiettivi della semiologia si ingrandiscono continuamente è perché ci accorgiamo sempre di più dell’importanza e della diffusione della significazione nel mondo; la significazione diventa il modo di pensare del mondo moderno, un po’ come il ‘fatto’ ha costituito precedentemente l’unità di riflessione della scienza positiva” (Barthes 1985 : 35). Così, all’inizio degli anni Sessanta, già si annuncia una sociosemiotica che fa passare la sociologia dalla fase positivista alla fase “saussuriana”, quella che studia la vita sociale in seno alla vita dei segni.
Non meraviglierà, allora, se questa fase del pensiero barthesiano è segnato, oltre che dallo strutturalismo di Saussure (con la sua idea dell’identità come sistema di differenze), dallo straniamento epico del teatro brechtiano. Se Brecht ci ha insegnato qualcosa, è che tutto ciò che appare “verosimile” (mimetico del reale) non è nient’altro che il prodotto di un occultamento “mitico” delle marche dell’ enunciazione. Se il cinema e il teatro non vogliono straniarsi (epicizzarsi), sarà compito del critico/semiologo esplicitare il discorso, mostrare il carattere retorico (diegetico, “mitico”) di ciò che intende apparire come mimesi.
(Miti d’oggi: Saussure contro l’ideologia. Il segno è sociale in quanto innaturale, arbitrario; ma, paradossalmente, è la società stessa che deve “naturalizzare” costantemente il segno per evitare la continua contrattazione necessaria ad instaurare arbitrariamente il legame tra significanti e significati)


La modernità, proprio in quanto segnata dai media e dalla cultura di massa, è centrata sul rapporto scrittura/lettura:
la società industriale non fa che produrre merci ed ideologie (cos’è la pubblicità se non la funzione conativa della comunicazione d’impresa?), l’abitante delle metropoli non fa altro che consumare segni (cos’è una griffe se non una merce dotata di “immagine”?).
Ma queste pratiche comunicative, pur avendo a che fare spesso con oggetti e immagini, non possono fare a meno del linguaggio verbale:
“non c’è senso che non sia nominato, e il mondo dei significati non è altro che quello del linguaggio” (Barthes 1964 : 4);
“non appena si passi a insiemi dotati di una autentica profondità sociologica, si incontra di nuovo il linguaggio” (ibidem) o, per meglio dire, la lingua.

Ma c’è una questione epistemologica ancora più radicale, costituita dall’impossibilità di un metalinguaggio che non sia ancora e sempre il linguaggio verbale: così come per Julia Kristeva (Semeiotikè) il linguaggio ordinario è una sottoparte del linguaggio poetico perché l’ordine non è che una probabilità all’interno del caos, qualunque metalinguaggio – compreso quello semiologico – non può che risultare una sottoparte specialistica del linguaggio ordinario. Ecco allora il famoso ribaltamento dell’assunto saussuriano: non è la linguistica ad essere una sottoparte della semiotica generale, ma è la semiologia ad essere una parte specifica di qualcosa che dovrebbe chiamarsi “trans-linguistica” (verosimilmente una linguistica testuale, intendendo per testo un’entità trans-frastica); “precisamente quella parte che ha per oggetto le grandi unità significanti del discorso” compresi i messaggi verbovisivi e gli oggetti “nella misura in cui essi sono parlati” (Barthes 1964 : 5).

Una parte della translinguistica o linguistica del discorso è la narratologia, analisi strutturale dei racconti (“il nome è in anticipo rispetto alla cosa”), che procede con metodo ipotetico-deduttivo a stabilire un modello comune della forma narrativa.

Ma già nel ’69, quando l’amico Greimas lavora alacremente con un’intera équipe di semio-linguisti che studiano attanti ed isotopie, l’autore di S/Z avvisa: “Questa ricerca resta individuale, non per individualismo, ma perché si tratta di un lavoro molto sottile; nel lavorare sul senso o i sensi del testo (poiché in questo consiste l’Analisi strutturale del Racconto) non si può fare a meno di un punto di partenza fenomenologico: non esiste una macchina per leggere il senso [...] D’altra parte, questa ricerca individuale, per ciascun ricercatore, è provvisoria” (Barthes 1985 : 140-141).
L’analisi strutturale è ”un metodo scientifico che è a malapena un metodo e che certamente non è una scienza”. Ecco allora che gli anni Settanta si aprono con un clamoroso cambio terminologico: all’analisi strutturale succede l’analisi testuale.

“Questa analisi testuale cerca di ‘vedere’ il testo nella sua differenza – il che non vuol dire nella sua individualità ineffabile, poiché questa differenza è ‘tessuta’ all’interno di alcuni codici conosciuti; per essa il testo si trova in un sistema aperto di relazioni, che è l’infinito del linguaggio, anch’esso strutturato senza chiusure; l’analisi testuale cerca di dire, non più da dove viene il testo (critica storica), nemmeno come è fatto (analisi strutturale), ma come si disfa, esplode, dissemina: secondo quali strade codificate se ne va” (idem : 166). Il problema del lettore testualista “è di arrivare a non ridurre il testo a un significato, qualunque esso sia (storico, economico, folclorico o kerigmatico), ma di mantenere aperta la sua significanza” (idem : 179). Detto tutto, non è detto ancora niente. Detto tutto, qualcun altro può ancora aggiungere qualcosa.